La vittoria non è soltanto elettorale. È soprattutto culturale e politica. A New York il sindaco Zohran Mamdani, appena trentaquattrenne, sta riuscendo in un'operazione che fino a pochi anni fa sembrava impensabile: trasformare una parte significativa del Partito Democratico statunitense in una forza apertamente ispirata al socialismo democratico, capace di parlare di redistribuzione della ricchezza, diritti sociali, lotta alle grandi corporation e contrasto alle disuguaglianze senza complessi di inferiorità.
Le primarie appena concluse rappresentano un nuovo tassello di questa strategia. I candidati sostenuti da Mamdani hanno infatti ottenuto tre importanti successi, consolidando il peso della corrente progressista all'interno del partito e dimostrando che una proposta chiaramente identificabile a sinistra può mobilitare elettori, volontari e nuovi militanti.
L'ex Comptroller della città Brad Lander, appoggiato dal sindaco, ha sconfitto il deputato Dan Goldman, mentre Claire Valdez ha superato il presidente del distretto di Brooklyn Antonio Reynoso nella corsa per un seggio aperto al Congresso. Ancora più significativo il risultato di Darializa Avila Chevalier, attivista sostenuta da Mamdani, che ha battuto il deputato Adriano Espaillat, parlamentare da cinque mandati e presidente del Congressional Hispanic Caucus.
L'EREDITÀ DI BERNIE SANDERS CONTINUA A CRESCERE
Questi risultati non nascono dal nulla. Sono il frutto di un percorso iniziato quasi dieci anni fa con la sorprendente campagna presidenziale di Bernie Sanders, capace di riportare al centro del dibattito americano parole considerate impronunciabili come sanità pubblica universale, istruzione gratuita, diritti dei lavoratori e tassazione dei grandi patrimoni.
Mamdani rappresenta oggi la naturale evoluzione di quella stagione politica. Il suo obiettivo non è semplicemente conquistare qualche seggio in più, ma cambiare gli equilibri interni del Partito Democratico, spostandone progressivamente il baricentro verso una piattaforma più radicale sui temi economici e sociali.
Il fenomeno, peraltro, non riguarda soltanto New York. Candidati del socialismo democratico hanno recentemente conquistato le primarie anche a Washington D.C. e raggiunto il ballottaggio a Los Angeles, segnale di un movimento che continua ad allargarsi.
LA REAZIONE A TRUMP E ALLA GUERRA DI GAZA
Secondo numerosi analisti, questa crescita è alimentata da una duplice insoddisfazione.
Da una parte c'è la reazione all'agenda politica di Donald Trump, percepita da milioni di elettori democratici come una deriva sempre più conservatrice e nazionalista.
Dall'altra emerge il profondo malcontento verso la linea dell'amministrazione Biden sul conflitto di Gaza, accusata da una larga parte della base progressista di aver sostenuto Israele senza sufficiente attenzione alle conseguenze umanitarie della guerra, che ha provocato oltre 73.000 vittime palestinesi.
Steve Israel, ex deputato democratico di New York, sintetizza così il fenomeno: "L'energia dell'estrema destra accende inevitabilmente quella dell'estrema sinistra. La politica è reazione."
Una lettura che spiega come il rafforzamento delle posizioni progressiste non sia un incidente di percorso, ma una risposta politica a un contesto profondamente polarizzato.
LE PAURE DELL'ESTABLISHMENT DEMOCRATICO
Naturalmente il successo di Mamdani non convince tutti.
Il leader democratico alla Camera Hakeem Jeffries ha atteso fino a undici giorni prima delle elezioni generali per concedere il proprio endorsement al sindaco di New York, mentre il leader del Senato Chuck Schumer è rimasto sostanzialmente in silenzio durante tutta la campagna.
Molti dirigenti del partito temono infatti che candidati troppo radicali possano diventare un bersaglio perfetto per la propaganda repubblicana nei collegi in bilico.
La vittoria di Darializa Avila Chevalier ha alimentato ulteriormente queste preoccupazioni. In passato l'attivista aveva pubblicato sui social posizioni favorevoli all'abolizione della polizia, dei controlli alle frontiere e aveva espresso valutazioni molto critiche sul diritto all'esistenza di Israele.
Dichiarazioni successivamente cancellate e in parte ritrattate, ma che secondo il consulente centrista Matt Bennett rappresentano materiale ideale per gli attacchi dei repubblicani contro l'intero Partito Democratico.
Anche Steve Israel invita alla prudenza: il rischio è interpretare New York e la California come il vero centro di gravità del Paese, dimenticando che le elezioni presidenziali si decidono soprattutto negli Stati moderati e nei cosiddetti "battleground states".
LA SFIDA È TRA STATUS QUO E CAMBIAMENTO
Per Alex Jacquez, già consigliere di Bernie Sanders, la vera frattura non è però tra moderati e radicali. La domanda fondamentale è un'altra: "Sei disposto a sfidare i ricchi, le grandi corporation e lo status quo per ottenere risultati concreti oppure no?"
È proprio questo il messaggio progressista con cui i socialisti democratici sperano di conquistare consenso nei prossimi anni.
Parallelamente, il Partito Democratico continua comunque a candidare figure molto moderate nei collegi più difficili, comprese donne con solide esperienze militari in Stati come Florida e Colorado, dimostrando che la strategia nazionale rimane articolata e adattata ai diversi territori.
LA LEZIONE PER IL PARTITO DEMOCRATICO ITALIANO
Adesso, però, il confronto con l'Italia diventa inevitabile. Negli Stati Uniti, pur tra mille tensioni interne, esiste una parte consistente del Partito Democratico che prova a spostare il partito verso sinistra, rivendicando identità, redistribuzione, welfare, diritti sociali e conflitto con i grandi interessi economici.
Nel centrosinistra italiano sembra invece prevalere da anni una logica opposta.
Ogni discussione strategica finisce inevitabilmente per ruotare attorno alla necessità di rassicurare il centro, conquistare i moderati, costruire alleanze con forze centriste considerate l'unica strada possibile per battere la destra.
È una convinzione diventata quasi un dogma: senza il centro non si vince.
Eppure l'esperienza americana dimostra che una parte dell'elettorato progressista chiede esattamente il contrario: maggiore chiarezza identitaria, più coraggio sulle disuguaglianze, politiche redistributive, difesa del lavoro e dei servizi pubblici, contrasto ai privilegi economici.
La domanda allora è inevitabile: perché negli Stati Uniti una parte dei Democratici può rivendicare senza imbarazzo una cultura politica di sinistra, mentre in Italia la sinistra sembra spesso costretta a rincorrere il centro, ad attenuare il proprio linguaggio e a presentare ogni proposta sociale come un compromesso?
Forse la vera sfida del centrosinistra italiano non consiste nell'inseguire un elettorato moderato sempre più contendibile dalla destra, ma nel ricostruire un'identità riconoscibile capace di mobilitare chi oggi non vota più o non si sente rappresentato.
Perché una coalizione può certamente allargarsi verso il centro. Ma se perde il proprio baricentro ideale rischia di trasformarsi in una semplice sommatoria di sigle, priva di una visione capace di entusiasmare e di costruire consenso duraturo.


