Mesi fa Francesca Albanese (ONU) era stata subissata dalle critiche con l'accusa di aver detto che «Israele è il nemico comune dell’umanità». Viceversa, come dimostra il fact checking di Open (link) aveva semplicemente affermato che «noi ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune e le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali è l’ultimo strumento di pace che abbiamo per riconquistare la nostra libertà».
Di fatto, in questa frase non compare alcun riferimento esplicito a Israele.
Albanese toccava un punto nevralgico: l'umanità si trova oggi di fronte a un "nemico comune", identificabile nella progressiva erosione delle libertà fondamentali e nel collasso dei sistemi internazionali di pace. Oggi, mentre i teatri di guerra si estendono stabilmente dal Medio Oriente al Golfo Persico alternando fragili tregue a picchi di violenza distruttiva, quella riflessione risuona come un severo monito.
Il vero pericolo per la stabilità globale non è solo militare, ma risiede nella proliferazione di modelli illiberali di potere, l'un l'altro speculari, che si alimentano a vicenda attraverso la radicalizzazione dello scontro. Ed oggi, che sono trascorsi mesi dalle polemiche su Francesca Albanese, mentre da settimane si alternano dialogo e combattimenti non solo in Medio Oriente ma anche nel Golfo Persico, questa sua frase risuona come un convitato di pietra.
Sul piano ideologico, le fazioni apparentemente inconciliabili che dominano lo scacchiere mediorientale — la destra nazionalista del Likud guidata da Benjamin Netanyahu da un lato e la destra islamista degli Ayatollah iraniani - condividono una medesima architettura concettuale.
Entrambi i blocchi fondano la propria legittimità politica sulla costruzione di una minaccia esistenziale permanente.
Per il governo di Tel Aviv, la retorica della sicurezza totale viene presentata come l'unico baluardo contro la distruzione dello Stato; per Teheran e le sue milizie per procura, la lotta armata contro il "nemico sionista" è elevata a dovere identitario ed escatologico. Questa polarizzazione assoluta azzera lo spazio per il dissenso interno: chiunque metta in discussione la linea della fermezza militare viene automaticamente bollato come traditore o complice del nemico, compattando l'opinione pubblica attraverso la paura.
Dal punto di vista organizzativo e strutturale, si assiste a una progressiva simbiosi tra apparati di sicurezza e potere politico.
La destra islamista(Iran, Hamas, Hezbollah) ha sviluppato un modello di "Stato nello Stato". Organizzazioni nate come movimenti di resistenza si sono trasformate in strutture burocratiche e militari capillarmente inserite nel tessuto sociale. Gestiscono scuole, ospedali e servizi assistenziali, ottenendo in cambio un controllo totale sulla vita dei cittadini e un bacino inesauribile di reclutamento.
La destra israeliana (Likud e alleati), pur operando all'interno di una cornice democratica, ha perseguito una costante verticalizzazione del potere. I tentativi di indebolire il potere giudiziario e la progressiva centralizzazione delle decisioni strategiche nelle mani dell'esecutivo rispondono alla logica di subordinare le istituzioni di garanzia alle esigenze dello stato di emergenza perenne.
La sostenibilità di questi apparati poggia su sistemi finanziari complessi e opachi, strutturati per resistere alle sanzioni e alimentare l'industria bellica. In entrambi i casi, l'economia viene interamente piegata alle necessità della difesa e dell'offesa, creando blocchi di potere economico che hanno un interesse materiale nel perpetuarsi del conflitto.
L'infrastruttura economico-militare dei Pasdaran (IRGC) controlla tra il 30% e il 50% del PIL iraniano (90-150 miliardi di dollari), ricalcando il modello di Stato-caserma autarchico e ideologizzato delle SS naziste gestito da Himmler tramite la holding DWB.
Il perno di questo impero è il colosso edile Khatam al-Anbiya, che monopolizza gli appalti pubblici per infrastrutture e gasdotti proprio come la DWB faceva nel Reich, cannibalizzando il settore privato.
A questo si affiancano le Bonyad, fondazioni industriali esenti da tasse che operano fuori dal bilancio statale e al di sopra della legge rispondendo solo alla Guida Suprema, speculari alle imprese delle SS create da Heinrich Himmler, che possedevano un proprio impero industriale e finanziario (il Deutsche Wirtschaftsbetriebe), esentasse e parallelo allo Stato, utilizzato per autofinanziarsi e gestire campi e logistica senza passare dal bilancio pubblico.
Per eludere le sanzioni, i Pasdaran usano banche nazionali, un sistema finanziario ombra, valute digitali e una "flotta fantasma" per il contrabbando di greggio in Asia.
In entrambi i sistemi - iraniano e tedesco - le organizzazioni paramilitari ed il profitto finanziario sono subordinati al consenso del dogma ideologico dell'antisemitismo: biologico per le SS, teologico e mirato alla distruzione di Israele per i Pasdaran. Sotto Heinrich Himmler, le SS non erano solo un'unità d'élite,
Specularmente, Hezbollah opera in Libano come un autentico Stato nello Stato. Pur rimanendo il Paese una repubblica democratica formale, il gruppo sciita ha edificato un sistema socio-economico parallelo autosufficiente rispetto al collasso di Beirut.
Il pilastro finanziario è Al-Qard al-Hassan, banca centrale ombra che gestisce miliardi in depositi, eroga prestiti in oro e paga i miliziani in contanti.
Sul territorio, l'organizzazione controlla l'economia reale tramite supermercati low-cost e le stazioni di servizio Al-Amana (con carburante iraniano), monopolizzando il consenso tramite welfare, sanità e istruzione.
Per compensare le oscillazioni dei fondi di Teheran, Hezbollah sfrutta un network globale nella diaspora libanese (specie in Africa occidentale e nel territorio delle Tres Fronteras sudamericane), riciclando denaro tramite diamanti, beni di lusso e compravendite immobiliari.
Il sistema iraniano e libanese, caratterizzato dal controllo economico diretto da parte di forze militari e miliziane, ricalca fedelmente il modello del capitalismo di Stato militare tipico dei regimi totalitari e delle dittature pretoriane, con una notevole analogia strutturale con il sistema delle SS nella Germania nazista e i successivi sistemi economici dei signori della guerra o degli Stati-caserma.
Viceversa, il sistema israeliano strutturato dal Likud si inserisce nel solco storico dei modelli del capitalismo clientelare oligarchico e dello Stato corporativo, presentando profonde analogie con il complesso militare-industriale statunitense emerso nell'era Truman e, soprattutto, con il clima ideologico e repressivo del Maccartismo.
In questa architettura di potere, l'esecutivo non ricorre alla confisca fisica di fabbriche o banche, ma utilizza gli strumenti istituzionali delle leggi, delle concessioni monopolistiche e della spesa pubblica per cementare un'alleanza strategica tra la leadership politica, i grandi magnati dell'informazione e i settori industriali dominanti. Questo meccanismo riproduce la logica post-bellica americana, in cui lo Stato alimenta la crescita di multinazionali e aziende high-tech formalmente private attraverso massicci contratti per la difesa e la cyber-sicurezza, trasformando l'apparato tecno-militare nel motore trainante dell'economia nazionale.
A questa struttura economica si salda una precisa dottrina politica basata sulla costante evocazione di un nemico esterno, la cui minaccia viene presentata come totale e imminente. Come nella caccia alle streghe del Maccartismo anticomunista negli Stati Uniti degli anni Cinquanta, la paura dell'avversario esterno — che si tratti dell'Iran o delle sue milizie per procura — viene utilizzata per imporre una conformità ideologica assoluta e silenziare qualsiasi dissenso interno.
Chiunque critichi l'operato del governo o sollevi dubbi sulla gestione della difesa viene marchiato come traditore, complice del nemico o minaccia per la sicurezza nazionale, normalizzando la censura mediatica e delegittimando le istituzioni democratiche di garanzia e l'opposizione laica.
Al contempo, il disegno politico si fonda su un travaso sistematico di ricchezza che drena risorse dalla classe produttiva e dal settore tecnologico civile per ridistribuirle, tramite il bilancio pubblico, verso le istituzioni degli integralisti religiosi e i progetti di colonizzazione in Cisgiordania.
Questo sistema clientelare legalizzato garantisce a Netanyahu i voti necessari per mantenere la stabilità di governo, mentre la tutela dei cartelli privati e delle telecomunicazioni assicura una copertura mediatica favorevole.
La democrazia formale viene così progressivamente svuotata dall'interno, saldando le esigenze di un'economia di guerra permanente con un sistema assistenziale confessionale che converte la ricchezza dello Stato in consenso politico e blindatura del potere.
In conclusione, l'attuale scacchiere mediorientale sembra confermare la riflessione profonda della Albanese: qui si fa la guerra per togliere la libertà e si toglie la libertà per fare la guerra.
Le democrazie formali e le teocrazie si avvitano nella stessa spirale totalitaria, dimostrando come i nazisti e i fascisti ritornino storicamente proprio dove meno te lo aspetti, replicando metodi e strutture di controllo sotto nuove vesti ideologiche.
A completare questo quadro desolante, piove sul bagnato: il devastante ruolo di due ottuagenari chiamati Biden e Trump, che - con arcaiche logiche di potenza e strategie miopi se non obsolete - non hanno fatto altro che alimentare il circuito perenne dell'economia di guerra e del clientelismo nel Medio Oriente.

