Esteri

Trump attacca l’Europa e rilancia la guerra commerciale: NATO nel mirino e dazi al 25% sulle auto

Dalle tensioni sull’Iran alle minacce sui dazi, il rapporto tra Stati Uniti ed Europa torna ai livelli più critici: alleati sotto pressione, economia e sicurezza in bilico.


Non è solo uno scontro diplomatico: è una frattura che si allarga giorno dopo giorno, tra dichiarazioni incendiarie, minacce militari e nuovi dazi. Le ultime settimane hanno segnato un brusco deterioramento dei rapporti tra gli Stati Uniti di Donald Trump e i principali alleati europei, proprio mentre il conflitto con l’Iran ridisegna gli equilibri globali. Berlino, Londra, Roma e Bruxelles si ritrovano improvvisamente nel mirino della Casa Bianca, in una escalation che intreccia sicurezza, economia e leadership politica.


Le tensioni sono esplose con gli attacchi verbali del presidente americano contro il cancelliere tedesco Friedrich Merz, definito “totalmente inefficace” dopo le critiche alla guerra contro l’Iran. A rendere il quadro ancora più delicato è stata la minaccia di ridurre i 36 mila militari statunitensi stanziati in Germania, un pilastro storico della presenza NATO in Europa.

Non meno duro il giudizio nei confronti del premier britannico Keir Starmer, attaccato sul piano personale e politico, con l’avvertimento di possibili nuovi dazi sulle importazioni dal Regno Unito. Nel frattempo, il Dipartimento della Difesa americano ha ipotizzato misure punitive contro gli alleati ritenuti poco allineati nella gestione del conflitto con Teheran, fino a evocare scenari estremi come la sospensione della Spagna dalla NATO o la revisione del riconoscimento delle Falkland come territorio britannico.

Le reazioni europee oscillano tra cautela e crescente preoccupazione. Diplomatici e funzionari parlano di una situazione “imprevedibile”, in cui ogni mossa può generare una nuova crisi. Il modello suggerito da Angela Merkel – mantenere ferme le posizioni senza reagire impulsivamente – torna attuale, ma non basta più a contenere una dinamica che appare strutturalmente instabile.

Il conflitto con l’Iran, iniziato a febbraio, ha riportato l’Europa “nel mirino” della strategia americana. Anche leader che avevano cercato di ricucire i rapporti, come Giorgia Meloni, si sono ritrovati bersaglio di critiche dopo aver espresso perplessità sulla linea di Washington. Persino il segretario generale della NATO Mark Rutte, considerato un interlocutore privilegiato, è stato pubblicamente rimproverato durante un recente incontro alla Casa Bianca.

Sul fronte economico, la tensione si è tradotta in un nuovo capitolo della guerra commerciale. Trump ha annunciato un aumento dei dazi al 25% su auto e camion importati dall’Unione Europea, accusando Bruxelles di non rispettare gli accordi commerciali siglati appena un anno fa. Una mossa che colpisce uno dei settori più sensibili per l’economia europea, soprattutto per Paesi come Germania e Francia, dove l’automotive rappresenta una quota significativa della produzione industriale.

La risposta della Commissione Europea è stata prudente ma ferma: Bruxelles rivendica il rispetto degli impegni e lascia aperta la possibilità di contromisure. Il nodo resta però politico oltre che commerciale, con negoziati già rallentati da tensioni precedenti su acciaio, alluminio e persino sulle ambizioni americane in Groenlandia.


Il nuovo corso dei rapporti transatlantici evidenzia una trasformazione profonda. L’Europa, sotto pressione interna per l’aumento dei costi energetici legati alla guerra, sta progressivamente irrigidendo le proprie posizioni. Le critiche sempre più esplicite di Berlino e di altri governi segnalano che il margine di allineamento automatico con Washington si sta riducendo.

Sul piano strategico, emerge una consapevolezza crescente: il modello di sicurezza nato dopo la Seconda guerra mondiale non è più sufficiente. L’idea di un’Europa capace di affiancare alla “soft power” una reale capacità militare torna al centro del dibattito. È un cambio di paradigma che implica investimenti, autonomia decisionale e una ridefinizione dei rapporti con gli Stati Uniti.

Dal lato americano, invece, la linea dura di Trump risponde a una logica di pressione multilivello: ottenere maggiore supporto militare, riequilibrare i rapporti commerciali e spingere le aziende europee a produrre negli Stati Uniti. Non a caso, il presidente ha accompagnato l’annuncio dei dazi con un invito esplicito ai costruttori europei a trasferire la produzione oltreoceano.

In questo contesto, la frase che circola tra i diplomatici sintetizza il momento: “Non si tratta più di gestire una crisi, ma di adattarsi a una nuova normalità”. Una normalità fatta di alleanze meno prevedibili e di equilibri più fragili.


Tra minacce militari e guerre commerciali, il rapporto tra Stati Uniti ed Europa entra in una fase di turbolenza che rischia di ridefinire decenni di cooperazione. Se l’Atlantico è stato per anni un ponte, oggi appare sempre più come una linea di frattura: e il rischio, ormai concreto, è che nessuna delle due sponde riesca più a controllarne le conseguenze.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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