C’è una parola che in queste ore attraversa il Libano meridionale come un brivido gelido: cancellazione. “Credo che cancelleranno Tiro”, racconta un residente al telefono mentre osserva il fumo nero salire sul Mediterraneo. Non è propaganda, non è retorica militante, non è nemmeno l’enfasi disperata di chi vive sotto le bombe. È la fotografia di ciò che sta accadendo: una delle città simbolo del Libano, patrimonio storico e culturale del Mediterraneo, trasformata ancora una volta in un bersaglio militare dallo Stato israeliano.
L’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione completa di Tiro, insieme ai campi profughi palestinesi e ai villaggi circostanti, imponendo a decine di migliaia di persone di dirigersi a nord del fiume Zahrani, a circa quaranta chilometri dal confine. Una delle più vaste operazioni di sfollamento forzato dall’inizio del conflitto. Una decisione che Israele giustifica sostenendo di essere “costretto ad agire con forza” contro Hezbollah, accusato di aver violato il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti cinque settimane fa.
Ma la realtà sul terreno racconta qualcosa di molto più complesso e molto più brutale. Perché mentre Tel Aviv parla di “infrastrutture terroristiche”, intere città vengono svuotate, quartieri distrutti, famiglie costrette a fuggire senza sapere dove andare. E soprattutto mentre Israele denuncia le violazioni di Hezbollah, il governo libanese accusa a sua volta Israele di violare sistematicamente quello stesso cessate il fuoco con bombardamenti continui, incursioni terrestri e attacchi sempre più profondi nel territorio libanese.
La certezza, sempre più diffusa anche fuori dal Medio Oriente, è che il concetto di “sicurezza” evocato dal governo Netanyahu si stia trasformando in una formula elastica utile a giustificare qualsiasi escalation militare, anche quando il prezzo umano e civile diventa devastante.
Le immagini arrivate da Tiro nelle ultime ore sono impressionanti. Colonne di fumo nero sopra il lungomare, esplosioni nel cuore urbano della città, persone affacciate ai balconi che filmano con i telefoni l’arrivo dei missili. Scene che ricordano Gaza, non una presunta operazione chirurgica contro obiettivi militari. Israele sostiene di colpire postazioni e combattenti di Hezbollah, ma il risultato concreto è un’altra enorme crisi umanitaria nel Libano meridionale.
E il problema centrale, che il governo israeliano continua a evitare accuratamente, è sempre lo stesso: dove dovrebbero andare queste persone? Molti degli abitanti di Tiro ospitano già sfollati provenienti da altri villaggi del sud bombardati nelle settimane precedenti. Migliaia di famiglie vivono in condizioni precarie, senza case, senza risorse, senza garanzie di sicurezza. Ordinare l’evacuazione totale di una grande città in queste condizioni significa spingere una popolazione civile verso il caos assoluto.
Nel frattempo Benjamin Netanyahu continua ad alzare il livello dello scontro. Il premier israeliano ha annunciato l’espansione delle operazioni terrestri oltre la fascia già occupata nel Libano meridionale, dichiarando apertamente che Israele sta “approfondendo” la propria presenza militare per consolidare una zona di sicurezza. Tradotto dal linguaggio diplomatico: nuove occupazioni di territorio libanese.
Una dinamica che alimenta inevitabilmente la narrativa di Hezbollah, che presenta la propria resistenza come una difesa nazionale contro un’invasione straniera. E infatti nelle ultime ore il gruppo sciita ha dichiarato di aver combattuto “a distanza ravvicinata” contro truppe israeliane nella zona di Zawtar al-Sharqiyeh, a nord del fiume Litani e fuori dalla cosiddetta “buffer zone” annunciata da Israele.
In altre parole, il cessate il fuoco appare ormai poco più di una finzione diplomatica utile alle cancellerie occidentali per fingere che il conflitto sia sotto controllo, mentre sul terreno la guerra continua ad allargarsi.
Il dato più impressionante resta quello umano. Secondo il ministero della Sanità libanese, dall’inizio della guerra sono morte almeno 3.213 persone in Libano. Numeri enormi, dietro cui si nascondono civili, bambini, famiglie intere travolte da bombardamenti sempre più intensi. Israele sottolinea le proprie vittime – 23 soldati e quattro civili – ma continua a evitare qualsiasi riflessione proporzionata sull’impatto devastante delle sue operazioni sul Libano.
Ed è qui che emerge una delle più grandi contraddizioni politiche e morali dell’attuale leadership israeliana. Ogni critica internazionale viene immediatamente bollata come sostegno al terrorismo o mancanza di comprensione delle esigenze di sicurezza di Israele. Ma esiste una differenza enorme tra il riconoscere il diritto alla difesa e il considerare accettabile qualsiasi azione militare, indipendentemente dalle conseguenze sui civili.
Perché ordinare l’evacuazione di un’intera città storica e bombardarla pesantemente non è più soltanto una risposta militare: è una dimostrazione di forza che finisce per essere una punizione collettiva. E quando una popolazione civile vive nel terrore costante di vedere la propria città “cancellata”, la domanda che il governo israeliano dovrebbe porsi non è soltanto se stia colpendo Hezbollah, ma cosa stia diventando Israele stesso in questa guerra senza limiti.
Fonte: BBC


