Per mesi Washington aveva raccontato al mondo che l'obiettivo della guerra contro l'Iran era quello di piegare definitivamente la Repubblica islamica, ridimensionarne il programma nucleare, fermarne l'influenza regionale e costringerla a rinunciare alla rete di alleanze e milizie che da decenni costituisce il principale strumento della sua proiezione geopolitica in Medio Oriente.

Poi è arrivato il memorandum trapelato nelle ultime ore.

Quattordici punti che, se confermati nel testo definitivo annunciato dal vicepresidente J.D. Vance per venerdì in Svizzera, rischiano di entrare nei manuali di storia come uno dei più spettacolari capovolgimenti diplomatici della recente politica estera americana.

Perché, leggendo il documento pubblicato da Bloomberg e rilanciato dai principali media internazionali, una domanda sorge spontanea: chi ha vinto davvero questa guerra?

La risposta, almeno sulla carta, appare imbarazzante per Washington.

Gli Stati Uniti ottengono la riapertura completa dello Stretto di Hormuz. Peccato che prima del conflitto quello stretto fosse già aperto e funzionante. Ottengono inoltre la promessa iraniana di non costruire armi nucleari. Peccato che Teheran sostenga da anni esattamente la stessa cosa.

In cambio, però, Washington sembra pronta a concedere praticamente tutto il resto.

Il primo punto del memorandum prevede la fine immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, Libano compreso. Una formulazione che sembra scritta più a Teheran che a Washington. Per anni infatti l'Iran ha subordinato qualsiasi accordo complessivo alla questione libanese e alla sorte di Hezbollah.

Già qui emerge una contraddizione gigantesca. Benjamin Netanyahu ha infatti dichiarato che Israele non intende interrompere le operazioni contro Hezbollah. Se così fosse, chi garantirà il rispetto di una clausola che gli iraniani considerano fondamentale? Il memorandum non lo spiega.

Il quarto punto appare ancora più sorprendente.

Gli Stati Uniti si impegnerebbero a ritirare le proprie forze dalla regione entro trenta giorni dalla firma dell'accordo finale. Dopo aver mobilitato una gigantesca macchina militare, dispiegato flotte, basi e migliaia di uomini, Washington finirebbe dunque per fare esattamente ciò che Teheran chiedeva da anni: andarsene.

Ma il vero cuore politico del documento è rappresentato dal gigantesco smantellamento dell'apparato sanzionatorio costruito dagli Stati Uniti nel corso di decenni. Il punto sette prevede infatti la revoca delle sanzioni ONU, delle misure collegate all'AIEA e soprattutto delle sanzioni americane primarie e secondarie.

In altre parole, Washington rinuncerebbe volontariamente al principale strumento di pressione economica che aveva utilizzato contro la Repubblica islamica. Un arsenale finanziario costruito da amministrazioni repubblicane e democratiche, costato anni di negoziati e tensioni internazionali, che verrebbe sostanzialmente archiviato.

E non finisce qui.

Il memorandum prevede deroghe immediate alle esportazioni petrolifere iraniane, lo sblocco di fondi congelati all'estero per una cifra compresa tra 25 e 100 miliardi di dollari e soprattutto un colossale piano di ricostruzione e sviluppo economico da almeno 300 miliardi di dollari.

Formalmente non si tratta di risarcimenti. Sostanzialmente assomigliano parecchio a un assegno post-bellico.

La scena rischia di diventare surreale. Gli Stati Uniti bombardano l'Iran insieme a Israele, dichiarano di voler indebolire il regime, ottengono un cessate il fuoco e poi contribuiscono a finanziare un piano economico che potrebbe rafforzare proprio quel regime che avevano cercato di mettere in difficoltà.

Manca inoltre qualsiasi riferimento alle due condizioni che Trump aveva presentato come assolutamente irrinunciabili: nessuna limitazione significativa al programma missilistico iraniano e nessuna restrizione ai finanziamenti e al sostegno delle organizzazioni alleate di Teheran nella regione. Due pilastri della narrativa americana semplicemente scomparsi dal documento.

L'impressione è che, dopo aver promesso una trasformazione radicale degli equilibri mediorientali, Washington si stia accontentando di congelare la situazione esistente. Con una differenza sostanziale: l'Iran uscirebbe dal conflitto economicamente riabilitato, diplomaticamente legittimato e potenzialmente più forte di prima.

A rendere ancora più pesante il quadro per l'amministrazione Trump arriva anche la reazione della Cina. Nel colloquio telefonico tra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il capo della diplomazia cinese Wang Yi, Pechino ha espresso un sostegno esplicito al memorandum, lodando quello che ha definito l'atteggiamento "responsabile e diplomatico" della Repubblica islamica.

Parole che rappresentano un ulteriore schiaffo simbolico agli Stati Uniti.

Mentre Washington cerca di presentare l'accordo come un successo della propria pressione militare, la seconda potenza mondiale elogia pubblicamente la condotta iraniana e sottolinea la necessità che siano proprio gli Stati Uniti a garantire l'applicazione integrale dell'intesa.

Non solo. Pechino si è detta pronta a collaborare per facilitarne l'attuazione, rafforzare la cooperazione regionale e sostenere il processo presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Tradotto in termini geopolitici, la Cina si candida a raccogliere parte dei dividendi politici ed economici di un accordo che Washington avrebbe ottenuto al prezzo di una guerra.

Una conclusione che rischia di apparire paradossale. Gli Stati Uniti combattono. L'Iran ottiene la fine delle sanzioni. La Cina applaude. E il conto, almeno in parte, lo paga l'Occidente.

Se il testo definitivo confermerà davvero questi quattordici punti, sarà impossibile sostenere che Washington abbia imposto la propria volontà a Teheran.

Molto più semplice sarà spiegare che, dopo mesi di retorica muscolare, bombardamenti e minacce, l'amministrazione Trump si è ritrovata a firmare un accordo che lascia intatto il programma nucleare civile iraniano, restituisce al regime risorse finanziarie immense, gli garantisce nuove prospettive economiche e ne certifica la sopravvivenza politica.

Per una Casa Bianca che aveva promesso di ridisegnare il Medio Oriente, non esattamente il finale che gli slogan elettorali avevano lasciato immaginare.



I 14 punti del memorandum (fonte Dire.it)1. Fine immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, Libano compreso. È già la prima concessione significativa: Teheran aveva sempre condizionato qualsiasi accordo con Washington alla situazione libanese. Netanyahu ha già fatto sapere che non intende fermare le operazioni contro Hezbollah. Come si risolverà la contraddizione, il memorandum non lo dice.2. Rispetto reciproco di sovranità e integrità territoriale, senza interferenze negli affari interni dell’altro.3. Accordo definitivo entro 60 giorni, prorogabile solo con consenso bilaterale.4. Gli Stati Uniti revocano il blocco navale entro 30 giorni e ritirano le proprie forze dall’area entro 30 giorni dalla firma dell’accordo finale.5. L’Iran rimuove gli ostacoli tecnici e bonifica le mine di propria competenza entro 30 giorni, riportando il traffico nello stretto ai livelli pre-guerra.6. Piano di ricostruzione e sviluppo economico dell’Iran da almeno 300 miliardi di dollari, finanziato dagli Stati Uniti insieme ai partner regionali. Non si tratta formalmente di risarcimenti di guerra, ma ci assomigliano molto.7. Revoca di tutte le sanzioni – ONU, AIEA, misure unilaterali americane primarie e secondarie – secondo tempistiche da definire nell’accordo finale. Gli Stati Uniti rinuncerebbero così a ogni strumento di pressione economica accumulato in decenni, proprio quello che aveva rappresentato il principale punto di debolezza del regime anche sul fronte interno.8. L’Iran ribadisce che non produrrà mai armi nucleari. È una promessa che Teheran ha sempre fatto e di cui Washington però non si è mai fidata. Il memorandum non specifica se il programma sarà sottoposto a monitoraggio indipendente.9. Status quo nucleare congelato fino all’accordo finale: l’Iran sospende ogni avanzamento del programma, gli Stati Uniti non impongono nuove sanzioni né rafforzano il dispositivo militare nella regione.10. Deroghe immediate all’export di petrolio, prodotti petrolchimici e servizi collegati (bancari, assicurativi, di trasporto) subito dopo la firma.11. Sblocco progressivo dei fondi iraniani congelati all’estero: una cifra stimata tra 25 e 100 miliardi di dollari, utilizzabili dalla Banca centrale iraniana senza vincoli di destinazione.12. Meccanismo di vigilanza sull’attuazione dell’accordo finale e sul rispetto degli impegni nel tempo.13. I negoziati sull’accordo definitivo partiranno solo dopo aver ricevuto garanzie sull’avvio concreto dei punti 4, 5, 10 e 11.14. L’accordo finale dovrà essere approvato con una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.