Donald Trump tratta la guerra come un episodio di un reality show globale: o “firmiamo un grande accordo”, oppure “li colpisco come non sono mai stati colpiti”. In mezzo, una telefonata con monarchi del Golfo, emissari, generali pakistani, memorandum provvisori e il solito linguaggio da cowboy nucleare che trasforma una delle aree più instabili del pianeta in un tavolo da poker permanente. La Casa Bianca continua così a oscillare tra diplomazia improvvisata e minacce apocalittiche, mentre il mondo resta sospeso davanti all’ennesima crisi costruita attorno all’ego del delinquente che governa l'America.

Secondo quanto riferito dal sito di news Axios, Trump avrebbe dichiarato che le possibilità di raggiungere un’intesa con Teheran sono “50 e 50”. Tradotto dal trumpese: o si arriva a un accordo “buono”, oppure gli Stati Uniti torneranno alla guerra. E il modo in cui il presidente descrive le opzioni disponibili dice molto della trasformazione della politica estera americana in uno spettacolo muscolare fatto di slogan, ultimatum e pressioni mediatiche. Non più strategia internazionale, ma una continua alternanza tra minaccia e trattativa, dove ogni dossier viene affrontato come una trattativa immobiliare di Manhattan.

L’ironia, amarissima, è che Washington continua a presentarsi come garante dell’ordine mondiale mentre alimenta un clima di instabilità permanente. Da un lato Trump parla di pace, dall’altro lascia filtrare la possibilità di “far saltare tutto”. Da una parte si negozia un memorandum d’intesa con Teheran, dall’altra si discute apertamente di nuovi bombardamenti. È il metodo americano versione 2026: creare il caos, minacciare l’inferno e poi pretendere di essere celebrati come artefici della pace - di cui si pretende il Nobel - quando si evita per miracolo la catastrofe.

Dietro le quinte si muovono mediatori regionali ormai trasformati in pompieri permanenti delle crisi provocate dalle grandi potenze. Qatar, Arabia Saudita, Egitto, Pakistan e Turchia stanno cercando disperatamente di evitare una nuova escalation. Il feldmaresciallo pakistano Asim Munir avrebbe lasciato Teheran dopo colloqui definiti “incoraggianti”, mentre Iran e Stati Uniti sarebbero vicini a un memorandum preliminare che dovrebbe porre fine al conflitto e aprire una fase negoziale di 30-60 giorni.

Ma proprio qui emerge tutta la fragilità della posizione americana. Trump continua a pretendere garanzie totali sull’arricchimento dell’uranio e sulle scorte nucleari iraniane, mentre Teheran vuole la riapertura graduale dello Stretto di Hormuz, la fine del blocco americano e lo sblocco dei fondi congelati. In pratica, ciascuna parte continua a chiedere all’altra concessioni che fino a ieri venivano considerate inaccettabili. Eppure la Casa Bianca lascia filtrare ottimismo, forse più per necessità politica interna che per reali progressi diplomatici.

Il problema è che questa amministrazione ha ormai trasformato ogni crisi internazionale in una campagna elettorale permanente. Anche il linguaggio utilizzato da Trump appare calibrato più per galvanizzare la propria base che per rassicurare alleati e partner. “O un grande accordo o li colpisco più duramente di quanto siano mai stati colpiti”: parole che sembrano uscite da un film d’azione anni Ottanta, non da un presidente che ha in mano il più grande arsenale militare del pianeta.

Nel frattempo Israele osserva con crescente nervosismo. Trump ha descritto Benjamin Netanyahu come “combattuto”, ma fonti israeliane parlano apertamente di forte preoccupazione per l’accordo in discussione. Tel Aviv spinge per una nuova offensiva contro l’Iran, temendo che qualsiasi compromesso lasci a Teheran margini strategici troppo ampi. Ancora una volta emerge una contraddizione gigantesca: gli Stati Uniti cercano una de-escalation dopo aver contribuito a incendiare ulteriormente il quadro regionale, mentre il loro principale alleato mediorientale teme che Washington possa improvvisamente scegliere la via diplomatica.

Anche Marco Rubio, segretario di Stato, ha confermato che “ci sono stati alcuni progressi”, pur ribadendo la linea durissima americana: l’Iran non deve mai ottenere armi nucleari e deve rinunciare all’uranio arricchito. Inoltre, Washington pretende la completa riapertura dello Stretto di Hormuz “senza pedaggi”. Una richiesta che rivela tutta la visione imperiale ancora dominante negli ambienti strategici americani: il Golfo Persico deve restare aperto secondo le condizioni di Washington, indipendentemente dagli equilibri regionali e dalle rivendicazioni iraniane.

La realtà è che gli Stati Uniti si trovano intrappolati nelle conseguenze della propria stessa politica. Dopo anni di sanzioni, pressioni massime, assassinii mirati, escalation militari e retorica incendiaria, ora cercano disperatamente una via d’uscita che permetta a Trump di rivendicare contemporaneamente forza e pragmatismo. Una sorta di pace armata confezionata per i titoli dei giornali e per i social network.

Il punto più inquietante, però, resta un altro: il destino di milioni di persone continua a dipendere dagli sbalzi umorali di leader che parlano della guerra come di un’opzione negoziale qualsiasi. “Deal” o “blow them to kingdom come”: accordo o devastazione. In questa frase c’è tutta la drammatica banalizzazione della geopolitica contemporanea. E forse anche il simbolo del declino morale di una superpotenza che continua a definirsi guida del mondo libero mentre minaccia distruzione totale come strumento ordinario di diplomazia.