Donald Trump prova ancora una volta a riscrivere gli equilibri del Medio Oriente trasformando una possibile intesa con l’Iran in un gigantesco accordo geopolitico regionale. Il presidente degli Stati Uniti ha infatti dichiarato di voler legare qualsiasi futura intesa con Teheran a un allargamento massiccio degli Accordi di Abramo, chiedendo apertamente a Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania di normalizzare i rapporti con Israele. Una richiesta che, almeno per ora, ha incontrato più silenzi che entusiasmi. Una evidente scusa per dare un contentino a Netanyahu da spendere in vista delle prossime elezioni.

Secondo quanto riferito dallo stesso Trump in un messaggio pubblicato su Truth Social, sabato scorso il presidente americano avrebbe parlato direttamente con i leader dei principali Paesi arabi e musulmani della regione, oltre che con Emirati Arabi Uniti e Bahrein, già firmatari degli Accordi di Abramo siglati durante il suo primo mandato nel 2020. Trump ha definito “obbligatoria” la partecipazione di questi Paesi al nuovo assetto regionale che starebbe cercando di costruire parallelamente ai negoziati per fermare il conflitto con l’Iran.

L’obiettivo politico appare evidente: presentare un eventuale accordo con Teheran non come una concessione americana all’Iran, ma come il tassello finale di una nuova architettura regionale favorevole a Israele e agli interessi strategici di Washington. Trump ha persino ipotizzato che, un giorno, anche la Repubblica Islamica possa aderire agli Accordi di Abramo, in una visione che molti osservatori definiscono estremamente ambiziosa, se non del tutto irrealistica.

Il problema, però, è che il Medio Oriente reale sembra molto più complicato della narrativa trumpiana. Pakistan e Arabia Saudita hanno già lasciato trapelare forti perplessità. Islamabad, secondo fonti vicine ai colloqui, avrebbe chiarito che il dossier iraniano e quello della normalizzazione con Israele “non sono collegabili” e che il Pakistan “non è sotto alcun obbligo” di aderire a richieste statunitensi di questo tipo. Una presa di distanza netta che riflette il peso dell’opinione pubblica musulmana e la crescente ostilità verso Israele dopo la devastante offensiva militare nella Striscia di Gaza.

Anche per l’Arabia Saudita il tema resta esplosivo. Riad considera il riconoscimento di Israele non solo una questione diplomatica, ma un nodo direttamente legato alla sicurezza interna e alla leadership religiosa del mondo islamico. Il regno saudita continua ufficialmente a sostenere che nessuna normalizzazione potrà avvenire senza un percorso concreto verso la nascita di uno Stato palestinese. Una posizione che, dopo mesi di guerra a Gaza, appare persino più rigida rispetto al passato.

Egitto e Giordania, pur avendo già relazioni diplomatiche ufficiali con Israele da decenni, attraversano una fase di forte tensione politica con il governo Netanyahu. La Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, pur mantenendo rapporti economici e diplomatici con Israele, ha assunto negli ultimi mesi toni sempre più duri contro Tel Aviv, arrivando a definire le operazioni israeliane a Gaza come veri e propri crimini contro il popolo palestinese.

Dietro le dichiarazioni di Trump emerge quindi un tentativo molto più ampio: usare la tregua con l’Iran per rilanciare la sua vecchia strategia mediorientale, quella degli Accordi di Abramo, che durante il suo primo mandato portarono Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan a riconoscere Israele. All’epoca Washington presentò l’iniziativa come una svolta storica capace di aprire una nuova stagione di cooperazione economica, militare e tecnologica nella regione.

Oggi però lo scenario è profondamente cambiato. La guerra di Gaza ha riacceso sentimenti anti-israeliani in gran parte del mondo arabo e musulmano, rendendo politicamente molto più rischioso qualsiasi passo verso una normalizzazione. Lo stesso Axios ha riferito che durante la telefonata con Trump i leader arabi avrebbero reagito con un lungo silenzio alla richiesta americana. Secondo una delle fonti citate, Trump avrebbe persino scherzato chiedendo: “Siete ancora lì?”. Un episodio che fotografa perfettamente il gelo diplomatico attorno alla proposta americana.

Nel frattempo, anche all’interno di Israele cresce la diffidenza verso i negoziati con Teheran. Diversi funzionari israeliani temono che un accordo possa concedere all’Iran tempo prezioso per riorganizzarsi economicamente e militarmente senza affrontare davvero il nodo del programma nucleare e dei missili balistici. Alcuni ambienti vicini al governo Netanyahu parlano apertamente di un’intesa “non favorevole agli interessi israeliani”.

Il presidente americano sembra muoversi su un doppio binario: da un lato vuole chiudere rapidamente il dossier iraniano evitando una nuova escalation militare; dall’altro cerca di offrire a Israele una compensazione politica e strategica attraverso nuove normalizzazioni diplomatiche. Una strategia che potrebbe rafforzare il ruolo internazionale di Trump in vista delle prossime sfide elettorali, ma che rischia di scontrarsi con una realtà regionale sempre più instabile e polarizzata.

Per ora, dunque, il progetto di Trump appare più simile a una gigantesca operazione di pressione geopolitica che a un accordo realmente vicino alla concretizzazione. E il silenzio dei leader arabi durante la telefonata con la Casa Bianca potrebbe essere stato il primo, vero messaggio politico arrivato a Washington.