Più che una convention politica, a tratti è sembrata una macchina del tempo. Sul palco della costituente di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci non ha presentato un tradizionale programma di governo fatto di tabelle, coperture finanziarie e numeri. Ha invece offerto ai suoi sostenitori qualcosa di diverso: un racconto identitario, una chiamata alle armi culturale, una narrazione costruita attorno a slogan semplici, nemici ben identificati e una parola d'ordine che aleggiava costantemente nell'aria: appartenenza.
Il risultato è stato un discorso che, più che guardare al futuro evocato dal nome del movimento, era rivolto a un passato idealizzato, nel quale tutto appariva più semplice... il passato del ventennio fascista.
«L'Italia agli italiani»
Il cuore del messaggio è stato racchiuso nello slogan che Vannacci ha fatto scandire alla platea: «L'Italia agli italiani».
Una frase che il generale considera di semplice buon senso e che ha presentato come motivo di orgoglio nazionale. Nel suo racconto, l'Italia viene descritta come una comunità radicata nella tradizione romana e cristiana (come se avesse una minima idea di cosa sia il cristianesimo!), dotata di una precisa identità culturale che andrebbe preservata dalle trasformazioni della globalizzazione e dell'immigrazione.
Naturalmente, chiunque abbia una minima familiarità con la storia europea sa che gli slogan basati sul principio "prima i nostri" hanno una lunga e non sempre rassicurante genealogia politica. Ma a Futuro Nazionale il problema non sembra essere quello di prendere le distanze da certe suggestioni "cameratesche": semmai, è quello di rivendicarle come segno di autenticità contro il cosiddetto pensiero dominante.
Remigrazione: la parola che infiamma la platea
Se c'è stato un momento in cui il pubblico si è acceso davvero, è stato quando Vannacci ha affrontato il tema migratorio. «Noi non abbiamo un programma per l'immigrazione, abbiamo un programma per la remigrazione», ha dichiarato tra gli applausi.
Una parola che negli ultimi anni è diventata uno dei cavalli di battaglia della destra identitaria europea e che indica, in sostanza, la riduzione della presenza straniera attraverso politiche di ritorno nei Paesi d'origine.
L'obiettivo evocato dal leader di Futuro Nazionale è arrivare a una presenza straniera attorno al 4% della popolazione. Una prospettiva che comporterebbe cambiamenti sociali enormi e che pone interrogativi giganteschi sulla sua concreta realizzabilità.
Ma il dettaglio tecnico, ancora una volta, sembra secondario. Ciò che conta è il messaggio politico: l'immigrazione viene descritta come una minaccia alla coesione nazionale, alla sicurezza e perfino al welfare. Una narrazione che trasforma fenomeni complessi in una formula semplice e immediata, meno immigrati, più italiani, da vendere a dei cerebrolesi (in questi casi è necessario dire le cose come stanno) pronti ad applaudire l'ennesimo pifferaio di Hamelin che a discorsi - senza neppure un accenno a dei dati - promette di risolvere tutti i loro problemi.
Sicurezza, ordine e il fascino eterno del pugno duro
Altro pilastro della visione vannacciana è la sicurezza. Più carceri, pene più severe, tolleranza zero. Il cittadino onesto da una parte, il criminale dall'altra. Nessuna sfumatura, nessuna zona grigia.
È il vecchio schema dell'ordine come soluzione universale. Funziona sempre nei comizi perché è intuitivo, immediato e rassicurante. Se qualcosa non va, basta inasprire le pene, costruire nuove prigioni e mostrare il volto duro dello Stato.
Del resto, la promessa dell'ordine è uno dei grandi classici della politica del ventennio. Cambiano le epoche, cambiano gli slogan, ma il copione resta sorprendentemente familiare.
I bambini italiani come i panda
Tra le immagini più curiose utilizzate durante l'assemblea c'è stata quella dei bambini italiani paragonati ai panda. Secondo Vannacci, la denatalità rappresenta una minaccia esistenziale per il Paese e non può essere compensata dall'immigrazione.
La proposta è incentivare economicamente le famiglie attraverso sgravi fiscali e quoziente familiare.
Un tema reale, quello del crollo delle nascite, che però viene inserito dentro una cornice ideologica precisa: non semplicemente fare più figli, ma fare più figli italiani. Un passaggio che trasforma una questione demografica in una questione identitaria. In sostanza, Vannacci ha detto che le donne non devono pensare tanto a lavorare, compito lasciato ai soli uomini, quanto stare a casa a far figli alla patria... compito per il quale riceveranno un compenso. Lo ha detto realmente!
Merito, quote rosa e la guerra al politicamente corretto
Nel repertorio non poteva mancare la battaglia contro quote di genere e discriminazioni positive. Secondo Vannacci, il lavoro deve essere assegnato esclusivamente in base al merito. Una posizione che trova consenso in una parte dell'opinione pubblica e che viene presentata come una ribellione contro le imposizioni del politicamente corretto.
Anche qui il messaggio è costruito in termini di contrapposizione: da una parte il merito, dall'altra i privilegi; da una parte il buon senso, dall'altra le élite progressiste.
È una semplificazione efficace sul piano comunicativo. Molto meno sul piano della realtà.
A quattordici anni al lavoro
Tra le proposte del camerata Vannacci non poteva mancare il ritorno del libretto di lavoro a 14 anni. Nella ricostruzione di Vannacci, i ragazzi della sua generazione lavoravano durante l'estate senza che ciò rappresentasse una forma di sfruttamento.
Il problema è che ogni volta che la politica comincia a parlare con nostalgia del passato, convinta che "una volta si stava meglio", bisognerebbe ricordare che spesso quel passato era meno romantico di come viene raccontato dal palco.
Perché i quattordicenni lavoravano, sì. Ma spesso perché non avevano alternative.
Bruxelles nemico perfetto
Nel programma di Futuro Nazionale trova spazio anche il tradizionale repertorio sovranista. Attacco al Green Deal, critica all'Unione Europea, richiesta di riaprire il dibattito sull'euro e sostegno al nucleare. Difficile descrivere quale di queste proposte sia la più bislacca.
Il messaggio è semplice: le decisioni devono tornare a essere prese a Roma... e se queste sono le scelte, è evidente che l'Italia, già disastrata dai conservatori del fascismo, finirebbe per diventare terra di nessuno grazie ai fascisti di ritorno.
Anche qui nulla di nuovo. Bruxelles continua a svolgere il ruolo perfetto del cattivo esterno: lontana, burocratica, poco amata e quindi ideale per concentrare su di sé responsabilità e malcontento.
«Siamo la feccia»... come non essere d'accordo
La frase più significativa della giornata, però, non riguarda l'economia, l'immigrazione o l'Europa.
«Noi rappresentiamo lo scarto, la feccia e siamo orgogliosi di esserlo», ha dichiarato Vannacci. E per sottolinearlo, ha pure scomodato un anarchico come Fabrizio De André, citando un verso di "Via del Campo": "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori". Un caloroso applauso all'ex generale che ci ha candidamente rivelato che cosa rappresenti realmente Futuro Nazionale.
È forse questa la vera chiave per comprendere Futuro Nazionale: non un partito che cerca di apparire rispettabile e moderato, ma un movimento che punta a trasformare l'accusa in medaglia e l'esclusione in identità politica.
Una strategia già vista in molte esperienze populiste contemporanee: presentarsi come vittime delle élite, dei media, delle istituzioni e del sistema, trasformando ogni critica in una prova della propria autenticità.
Alla fine della giornata restano sei parole chiave: identità, remigrazione, sicurezza, natalità, merito e sovranità.
E resta soprattutto una domanda. Se questo è davvero il "futuro nazionale", perché così tante delle immagini, degli slogan e delle suggestioni evocate dal palco sembrano provenire da un passato che l'Italia aveva già archiviato da decenni?
Perché a sentire certi richiami alla nazione organica, all'uomo forte, all'ordine, alla comunità omogenea e alla diffidenza verso il diverso, più che una convention del 2026 sembrava di sfogliare, con qualche inevitabile aggiornamento lessicale, un vecchio in bianco e nero che illustrava gli slogan del ventennio, rimasto troppo a lungo in soffitta.
PS. Nel suo programma, le uniche cose di cui Vannacci si è dimenticato sono l'abolizione del Lei sostituito dal Voi e la reintroduzione dei casini (case chiuse) con l'abolizione della legge Merlin.


