Roma si prepara all’ennesimo sabato delle contrapposizioni, destra contro sinistra. La remigrazione contro l’antifascismo, i Pro Vita contro i diritti delle donne, gli studenti contro Salvini, Vannacci che inaugura il suo nuovo soggetto politico. Migliaia di persone in piazza, duemila uomini delle forze dell’ordine schierati, tensioni annunciate e telecamere puntate. Tutto previsto, tutto già visto.

E sia chiaro: in una democrazia è giusto che ciascuno manifesti le proprie idee. Le piazze sono il sale della partecipazione civile e non sarà certo la pluralità delle opinioni a spaventare chi crede nelle libertà costituzionali.

Eppure, osservando questa geografia delle passioni politiche, una domanda sorge spontanea: possibile che nessuno trovi il tempo, la forza e soprattutto la rabbia per portare in strada salari e pensioni?

Si scende in piazza per tutto. Per l’identità, per i simboli, per le appartenenze, per i diritti civili, per le bandiere. Ma non per gli stipendi che non bastano più ad arrivare alla fine del mese. Non per i salari italiani, fermi da decenni mentre il costo della vita continua a correre. Non per una generazione di giovani che guadagna meno dei propri genitori e vede allontanarsi casa, famiglia e futuro. Non per un ceto medio che, senza fare rumore, si sta lentamente impoverendo.

E soprattutto, non per le pensioni.

La riforma Dini prima e la Fornero poi hanno cambiato radicalmente il patto tra Stato e cittadini. Hanno chiesto ai lavoratori di lavorare più a lungo, di accettare assegni più bassi, di rinviare il momento della pensione in nome della sostenibilità dei conti pubblici. Un sacrificio enorme, che avrebbe meritato un dibattito permanente e una mobilitazione costante.

Invece il silenzio.

La politica ha archiviato la questione. I sindacati sembrano aver smarrito la forza di un tempo. E perfino le piazze, che pure si riempiono con facilità quando si tratta di combattere battaglie identitarie, sembrano aver dimenticato il lavoro e la previdenza. Come se il diritto a una pensione dignitosa fosse diventato un privilegio e non il naturale approdo di una vita di contributi.

È una stranezza tutta italiana. Ci si divide ferocemente su ciò che distingue, ma si tace su ciò che accomuna. Perché il caro vita non vota a destra o a sinistra. L’inflazione non è fascista né antifascista. Una pensione insufficiente non colpisce solo progressisti o conservatori. Eppure proprio questi temi, che riguardano milioni di persone, sembrano incapaci di accendere le coscienze.

Forse perché la politica contemporanea preferisce alimentare le guerre culturali piuttosto che affrontare le ingiustizie economiche. E forse perché anche noi cittadini abbiamo finito per appassionarci più alle battaglie simboliche che alle condizioni materiali della nostra esistenza.

Così, mentre le piazze si riempiono di slogan contrapposti, passa quasi inosservata la vera emergenza nazionale: un Paese nel quale si lavora sempre più a lungo, si guadagna sempre meno e si rischia di invecchiare con pensioni insufficienti a garantire una vecchiaia serena.

Ben vengano, dunque, tutte le manifestazioni. Ma viene da pensare che se la stessa energia, la stessa indignazione e la stessa capacità di mobilitazione fossero impiegate per chiedere l’adeguamento dei salari al costo della vita e il superamento delle riforme Dini e Fornero in favore di una previdenza più equa e dignitosa, forse l’Italia avrebbe qualche possibilità in più di tornare a discutere dei problemi reali.

Perché le ideologie dividono. Ma la busta paga e la pensione riguardano tutti.

E forse è proprio questo il paradosso più amaro: mentre le piazze si affollano, il lavoro e la dignità economica degli italiani restano i grandi assenti. Non solo dall’agenda della politica. Ma, fatto ancora più grave, dall’agenda della piazza.

L’Italia è il Paese UE con l’età pensionabile più alta: 67 anni + 6 MESI

L’Italia è il Paese UE con gli stipendi & le pensioni più bassi.

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