C'è qualcosa di profondamente inquietante nel vedere, nel 2026, migliaia di persone sfilare nel cuore di Roma al grido di slogan che richiamano apertamente al fascismo. C'è qualcosa di ancora più grave quando tutto questo avviene sotto la bandiera di una proposta politica che, pur rivestita di termini apparentemente burocratici e rassicuranti, punta a dividere la società tra cittadini considerati degni di restare e persone da accompagnare verso l'uscita.
Il corteo organizzato dal Comitato Remigrazione e Riconquista, sostenuto da ambienti dell'estrema destra e da realtà come CasaPound, si è presentato come una manifestazione per chiedere l'approvazione di una proposta di legge di iniziativa popolare che avrebbe già raccolto oltre 150 mila firme. Gli organizzatori parlano di una misura "radicale, corretta e fattibile", respingendo le accuse di deportazione o rastrellamenti. Eppure basta ascoltare le parole pronunciate dal palco e lungo il corteo per comprendere quale sia il clima politico e culturale che alimenta questa mobilitazione.
Tra i manifestanti sono comparsi cartelli contro l'immigrazione e slogan che attribuiscono agli stranieri la responsabilità del degrado sociale, della criminalità e persino dell'abbassamento dei salari. Una narrazione semplice, aggressiva e pericolosa, che individua nel migrante il capro espiatorio universale di problemi complessi che riguardano economia, lavoro, sicurezza e integrazione.
Ma il punto più grave della giornata non è stato neppure il contenuto della proposta di legge. È stato ciò che è accaduto nelle strade della Capitale. Durante la manifestazione sono infatti risuonati cori apertamente nostalgici del regime fascista. "Ce ne freghiamo della galera, camicia nera trionferà", hanno intonato diversi militanti. Parole che non lasciano spazio a interpretazioni. Non si tratta di semplici provocazioni. Non si tratta di folklore politico. Si tratta dell'esaltazione di un regime dittatoriale che ha cancellato le libertà democratiche, perseguitato gli oppositori, promulgato le leggi razziali e trascinato l'Italia nella tragedia della guerra.
Eppure, ancora oggi, c'è chi tenta di minimizzare. C'è chi parla di "patriottismo". C'è chi sostiene che si tratti soltanto di cittadini esasperati. Ma quando in una manifestazione si inneggia al Duce e alla camicia nera, il problema non è più l'immigrazione. Il problema diventa la normalizzazione di simboli e riferimenti che la storia avrebbe dovuto consegnare definitivamente ai libri e non alle piazze.
Particolarmente significativa è stata anche la frase pronunciata da alcuni manifestanti: "Dove sono gli antifascisti?". Una provocazione che appare quasi paradossale. Perché gli antifascisti non sono una categoria politica tra le altre. L'antifascismo rappresenta uno dei pilastri fondativi della Repubblica italiana nata dalla Resistenza e consacrata dalla Costituzione. È il terreno comune sul quale si è ricostruita la democrazia dopo la caduta del regime mussoliniano.
Gli organizzatori sostengono che gli italiani sarebbero stanchi di insicurezza, spaccio e criminalità e che servano misure drastiche contro l'immigrazione clandestina. È un tema che merita certamente risposte serie e politiche efficaci. Ma una democrazia matura affronta i problemi con strumenti democratici, nel rispetto della legge e dei diritti fondamentali. Non alimentando paure collettive, non indicando intere categorie di persone come bersagli politici e, soprattutto, non recuperando slogan che appartengono alla pagina più oscura della storia nazionale.
La parola "remigrazione", diventata negli ultimi anni uno slogan dei nazifascisti di tutta Europa, cerca di presentarsi come una proposta amministrativa. Dietro questa etichetta, però, si nasconde una visione della società basata sull'esclusione, sulla selezione identitaria e sull'idea che l'appartenenza nazionale debba prevalere su ogni altro principio di convivenza civile. Una visione che rischia di alimentare tensioni sociali e discriminazioni anziché risolvere i problemi reali del Paese.
La manifestazione di Roma rappresenta quindi qualcosa di più di un semplice corteo. È il segnale di una radicalizzazione politica che non può essere ignorata. Perché quando il disagio sociale viene trasformato in rancore identitario e quando il patriottismo viene confuso con la nostalgia per il fascismo, il rischio non riguarda soltanto gli immigrati. Riguarda la qualità stessa della nostra democrazia.
E vedere, nel 2026, cori inneggianti al Duce risuonare nelle strade della Capitale dovrebbe suscitare una reazione netta, senza ambiguità e senza distinguo. Non per una questione ideologica, ma per rispetto della storia e dei valori costituzionali su cui si fonda la Repubblica italiana.


