Ieri, nell’Aula della Camera, c’erano una targa, uno scranno e un nome che pesa ancora come un macigno sulla storia italiana: Giacomo Matteotti. Ma c’erano anche e soprattutto delle assenze. Assenze rumorose, assenze politiche, assenze che raccontano molto più di mille dichiarazioni ufficiali sulla “democrazia compiuta” e sulla presunta normalizzazione della destra italiana.

L’inaugurazione della targa apposta sul banco da cui Matteotti, il 30 maggio 1924, pronunciò il suo ultimo, coraggioso discorso contro i brogli e le violenze del fascismo avrebbe dovuto rappresentare un momento solenne per tutto il Parlamento. Un passaggio simbolico, persino obbligato, per una Repubblica nata dalla Resistenza e dalla sconfitta della dittatura. E invece no. I banchi della maggioranza erano desolatamente vuoti. La destra di governo, quella che ama definirsi “conservatrice”, ha scelto di non essere presente.

Non è stata una dimenticanza. Non è stato un problema di agenda. Non è stato un caso. Perché quando si parla di Matteotti, inevitabilmente si parla del fascismo, quello delle aggressioni, delle minacce in Aula, delle squadracce e del sangue versato. E quella memoria continua evidentemente a creare disagio in un partito che da decenni compie equilibrismi lessicali pur di evitare una parola semplice e definitiva: antifascismo.

Il 30 maggio del 1924 Matteotti denunciò davanti al Parlamento i brogli, le intimidazioni e la violenza sistematica utilizzata dai fascisti durante le elezioni. Venne interrotto, insultato, minacciato dai deputati-squadristi. Sapeva benissimo ciò che rischiava. “Io il mio discorso l’ho fatto”, disse ai compagni uscendo dall’Aula. “Ora preparate il mio funerale”. Dieci giorni dopo fu sequestrato sul lungotevere da uomini legati al regime mussoliniano. Il suo corpo massacrato venne ritrovato mesi dopo.

Una pagina terribile della storia italiana che ogni forza democratica dovrebbe ricordare senza ambiguità. Eppure proprio la maggioranza che governa il Paese ha scelto di defilarsi. Troppo scomodo, evidentemente, commemorare un uomo assassinato dal fascismo quando il proprio partito continua a convivere con nostalgie, simbologie e frequentazioni mai davvero recise.

Del resto, Fratelli d’Italia continua a vivere in quella perenne zona grigia dove tutto viene relativizzato, minimizzato, diluito. Si condannano genericamente “tutti i totalitarismi”, si parla di “pacificazione”, si invoca il superamento delle ideologie, ma guai a pronunciare parole nette sulle radici politiche del proprio mondo. E così accade che perfino una commemorazione istituzionale di Matteotti venga vissuta quasi come una trappola ideologica.

Il paradosso è grottesco. La destra meloniana pretende continuamente patente di legittimità democratica, accusa gli avversari di usare il fascismo come clava polemica, si offende se qualcuno ricorda la fiamma tricolore nel simbolo del partito, salvo poi sparire quando si commemorano le vittime del ventennio fascista. Una fuga che vale più di qualsiasi commento.

E mentre nell’Aula si consumava questa sceneggiata muta, Giorgia Meloni continuava a tacere su un’altra vicenda imbarazzante per il suo partito: quella dei militanti e dirigenti di Fratelli d’Italia in Trentino coinvolti in chat dai contenuti antisemiti e nostalgici. Un silenzio pesante, soprattutto per una presidente del Consiglio che ama presentarsi come paladina della lotta contro l’antisemitismo e che non perde occasione per impartire lezioni morali a chi manifesta per Gaza o critica il governo israeliano.

Quando però gli antisemiti spuntano in casa propria, improvvisamente cala il gelo. Nessuna indignazione feroce. Nessuna conferenza stampa. Nessuna espulsione esemplare annunciata con toni marziali. Solo imbarazzo e prudenza. La stessa prudenza mostrata ieri davanti alla memoria di Matteotti.

Ed è qui che emerge tutta la contraddizione politica e culturale della destra italiana contemporanea. Una destra che vuole apparire rassicurante agli occhi delle cancellerie europee e dei mercati finanziari, ma che continua a mandare segnali inquietanti al proprio retroterra ideologico. Da una parte le cerimonie istituzionali, i richiami alla democrazia, le foto ufficiali; dall’altra i nostalgici tollerati, le ambiguità calcolate, i silenzi strategici.

La realtà è che il rapporto di Fratelli d’Italia con il fascismo resta irrisolto. Lo dimostrano i continui incidenti, le commemorazioni nostalgiche, i saluti romani che ciclicamente riemergono, le candidature imbarazzanti, le chat antisemite e soprattutto quella cronica incapacità di prendere nettamente le distanze da una cultura politica precisa.

Per questo i banchi vuoti di ieri pesano così tanto. Perché non erano semplicemente sedie senza deputati. Erano il simbolo di una destra che davanti alla storia continua ancora a voltarsi dall’altra parte. E forse è proprio questo il punto più inquietante del tempo che stiamo vivendo: non tanto il nostalgismo folkloristico di qualche estremista da tastiera, ma la normalizzazione politica dell’ambiguità.

Matteotti venne ucciso perché osò denunciare un potere arrogante, violento e incapace di accettare il dissenso. Oggi nessuno rischia più la vita per un discorso parlamentare, fortunatamente. Ma vedere la destra di governo incapace persino di rendere omaggio con convinzione alla sua memoria racconta quanto sia ancora fragile, in certi ambienti, il rapporto con quella storia.

E forse il vero problema non sono i nostalgici dichiarati. Quelli almeno hanno il coraggio della coerenza. Il problema sono coloro che, cento anni dopo, continuano ancora a considerare l’antifascismo un fastidioso obbligo formale invece che il fondamento stesso della Repubblica italiana.