“Siamo la Roma solidale e non vogliamo che si attenti alla Costituzione”, hanno scandito dagli altoparlanti del camion gli organizzatori.

La prima immagine della giornata arriva dalla linea C della metropolitana che attraversa Roma est e corre verso il centro storico. Un sabato rovente, uno di quelli in cui l’asfalto sembra sciogliersi sotto il sole e la città tende a svuotarsi. Eppure i vagoni sono pieni come nelle ore di punta. Giovani, famiglie, lavoratori, studenti, attivisti. Tutti diretti nella stessa direzione: il corteo contro la remigrazione.

Già questo basterebbe a raccontare qualcosa che negli ultimi mesi molti hanno preferito ignorare. Le periferie romane, spesso descritte da una certa propaganda come territori ostaggio della paura, della rabbia e della contrapposizione etnica, hanno mostrato un volto completamente diverso. Da Centocelle al Tufello, da Marconi a Tor Bella Monaca, è emersa una città che rifiuta la narrazione dello scontro permanente e che sceglie invece la convivenza, la solidarietà e la partecipazione.

Non è un caso che in molti abbiano ricordato quanto accaduto appena una settimana fa a Centocelle, quando un provocatore sovranista aveva tentato di alimentare tensioni durante una festa della comunità musulmana. L’esito fu l’esatto opposto di quello sperato: invece di indignazione e conflitto arrivarono sorrisi, battute e pacche sulle spalle. Una scena che oggi appare quasi simbolica rispetto a quanto si è visto nelle strade della Capitale.

Il grande corteo partito dal Colosseo ha rapidamente superato ogni previsione degli organizzatori. Un fiume umano che ha attraversato il centro della città dirigendosi verso piazza Vittorio e che, a causa della partecipazione straordinaria, si è allungato fino alle zone del Verano. Decine di migliaia di persone hanno trasformato il cuore di Roma in uno spazio di incontro, confronto e mobilitazione.

Tra le bandiere, gli striscioni e i cori emergevano le realtà più diverse. I collettivi delle periferie, i centri sociali, le associazioni culturali, le organizzazioni sindacali, i movimenti studenteschi, le squadre dello sport popolare, i gruppi impegnati nella solidarietà internazionale. Una composizione sociale ampia e trasversale che ha restituito l’immagine di una città profondamente diversa da quella raccontata dagli slogan della destra radicale.

Molto visibile la presenza di Non Una Di Meno, che ha sfilato dietro lo striscione “Noi siamo vita”. Un messaggio che ha attraversato tutta la manifestazione e che si è tradotto in una rivendicazione precisa: la storia dell’umanità è fatta di migrazioni, incontri, contaminazioni culturali e spostamenti continui. Una convinzione condivisa da molti dei partecipanti, secondo i quali l’idea di società chiuse e impermeabili rappresenta una visione regressiva e incompatibile con la realtà contemporanea.

Lungo il percorso non sono mancati momenti di forte emozione. Nei pressi dei Fori Imperiali gli applausi hanno accolto i lavoratori della Fillea-Cgil, che hanno ricordato Octay Stroici, l’operaio morto sul lavoro dopo il crollo della Torre dei Conti. Un omaggio che ha intrecciato due temi spesso separati nel dibattito pubblico: il lavoro e la migrazione. Per molti manifestanti, infatti, la tutela dei diritti sociali e la lotta contro il razzismo rappresentano battaglie inseparabili.

Particolarmente significativo l’intervento delle seconde generazioni, protagoniste di numerosi momenti della manifestazione. Giovani nati o cresciuti in Italia che hanno rivendicato la propria appartenenza alla società italiana senza rinunciare alle proprie radici familiari. Le loro parole hanno raccontato l’esperienza quotidiana di chi vive nelle periferie e si confronta ancora con discriminazioni e stereotipi, ma anche la volontà di costruire una cittadinanza inclusiva e plurale.

Nel corteo erano presenti anche numerose personalità del mondo sociale, culturale e politico. Da don Mattia Ferrari di Mediterranea a Zerocalcare, passando per rappresentanti sindacali e dirigenti politici della sinistra e del centrosinistra. Una presenza che ha contribuito a sottolineare il carattere ampio della mobilitazione.

Parallelamente, un altro spezzone composto da Usb, Potere al Popolo, studenti e movimenti per il diritto all’abitare ha raggiunto Porta Pia e il Ministero delle Infrastrutture, individuando nelle politiche del governo e nelle campagne sulla remigrazione uno dei principali bersagli della protesta. Qui i manifestanti hanno denunciato il progressivo arretramento dei diritti sociali e l’utilizzo del tema migratorio come strumento di divisione politica.

L’impressione generale, al termine della giornata, è stata quella di una risposta collettiva di dimensioni ben superiori a quelle immaginate. Una mobilitazione che si inserisce nel solco delle iniziative già viste in altre città italiane, da Padova a Napoli, da Firenze ad altre realtà urbane, e che dimostra come il dibattito sulla remigrazione stia producendo una vasta reazione civile.

La manifestazione romana ha voluto lanciare un messaggio chiaro: la città non intende rinunciare alla propria natura aperta, multiculturale e popolare. Le migliaia di persone che hanno riempito le strade del centro hanno rivendicato un’idea di società fondata sulla convivenza e sulla partecipazione, opponendosi a qualsiasi progetto basato sull’esclusione e sulla separazione.

Quando il corteo si è concluso, restava l’immagine di una Roma giovane, determinata e straordinariamente partecipata. Una città che, almeno per un giorno, ha scelto di parlare con una sola voce e che ha trasformato le proprie strade in una gigantesca dichiarazione pubblica contro il razzismo, l’intolleranza e la paura dell’altro.



fonte: il manifesto