Nel 2027 l’età pensionabile aumenterà di tre mesi (67anni+3mesi), spinta in alto da un meccanismo automatico legato alla speranza di vita. Per bloccare questa crescita servono almeno tre miliardi di euro l’anno. Una cifra che, secondo i tecnici che stanno lavorando al dossier, consentirebbe a oltre 500mila lavoratori - pubblici e privati - di andare in pensione come previsto, senza dover posticipare il meritato traguardo oltre i 67 anni. Il costo per l’operazione, considerando il 2024 come riferimento, sarebbe di circa 2,7 miliardi di euro, comprensivi di tredicesima. Un esborso significativo, certo. Ma davvero fuori portata?
La risposta, puntuale, è sempre la stessa: “I soldi non ci sono”. Una frase che ormai assomiglia più ad un mantra che a un'analisi.
I soldi non ci sono per le pensioni. Non ci sono per aumentare i salari. Non ci sono per migliorare la sanità, l’istruzione, i trasporti.
Ma, come ogni italiano sa bene, i soldi ci sono sempre per altro.
Ci sono per finanziare i superbonus edilizi, anche quando finiscono per drogare il mercato o arricchire chi non ne ha realmente bisogno. Ci sono per comprare armi e armamenti, per fare lavori e acquisti spesso più politici che utili, per mantenere stipendi d’oro, consulenze milionarie, apparati pubblici gonfiati e troppo spesso inefficienti. Ci sono, insomma, per alimentare un sistema che continua a premiare sé stesso e a scaricare i costi sulle spalle di chi lavora o ha lavorato per una vita.
Nel 2027, a raggiungere i fatidici 67 anni saranno i baby boomer, quella generazione che ha costruito, mattone dopo mattone, il benessere e l’economia di questo Paese. Eppure, il sistema sembra pronto a chiedere loro di aspettare ancora. Per tre mesi? Solo tre mesi? Certo, ma è il principio ad essere tossico: è l’idea che la collettività debba sempre fare sacrifici, mentre altri - pochi ma ben remunerati - continuano a prosperare.
E allora, la domanda è semplice: dove sono finiti i soldi? E se davvero non ci sono, come dicono a reti unificate i soliti "tromboni" – economisti da salotto, editorialisti onnipresenti, politici dallo sguardo corto – allora andateli a prendere dove ci sono davvero: nelle grandi rendite finanziarie, nei patrimoni sterminati che restano intoccabili, nelle sacche di evasione che ancora resistono indisturbate. Andateli a prendere dove "ce n'è persino troppi", come recita una rabbia ormai sempre meno silenziosa.
Perché non si può continuare a chiedere ai lavoratori di tirare la cinghia mentre si allenta quella dei privilegi. Non si può promettere riforme e poi, sistematicamente, rimandare tutto al prossimo governo. Non si può restare inerti davanti a un sistema pensionistico che diventa ogni anno più diseguale e penalizzante per chi lavora davvero.
Il punto non è tecnico, è politico. È una questione di scelte. E le scelte raccontano, sempre, le vere priorità di un Paese.


