Sforano i tetti di spesa, accelera la distribuzione diretta, regge la convenzionata in farmacia: i numeri AIFA fotografano una pressione strutturale sul Servizio sanitario nazionale che non può più essere affrontata con strumenti del passato.
C’è un dato che, più di ogni altro, racconta lo stato della spesa farmaceutica pubblica in Italia: 21 miliardi e 27 milioni di euro in dieci mesi, con uno scostamento di 3,77 miliardi rispetto al tetto programmato. È la fotografia scattata dal monitoraggio AIFA relativo al periodo gennaio-ottobre 2025, ed è una fotografia che va letta senza retorica: non siamo davanti a un’anomalia temporanea, ma a una trasformazione profonda e ormai strutturale della domanda di salute.
La prima evidenza riguarda la geografia della spesa. La farmaceutica convenzionata, cioè i medicinali erogati dalle farmacie aperte al pubblico, si attesta a 7,2 miliardi di euro, pari al 6,39% del Fondo sanitario nazionale, restando al di sotto del tetto fissato al 6,8%, con un avanzo di 461,3 milioni. È una dinamica in crescita, ma ancora sotto controllo.
Diverso, molto diverso, il quadro degli acquisti diretti da parte delle strutture sanitarie pubbliche, che raggiungono 13,6 miliardi di euro, pari al 12,06% del Fondo sanitario, contro un tetto programmato dell’8,3%. Lo sforamento supera 4,24 miliardi di euro. È qui che si concentra il vero squilibrio del sistema.
Non si tratta soltanto di spesa maggiore. Si tratta di una diversa composizione della spesa. Ospedali, ASL e strutture pubbliche acquistano sempre più farmaci ad alto costo: biologici, terapie avanzate, oncologici di nuova generazione, medicinali specialistici per patologie croniche complesse. Farmaci che cambiano la prognosi di molte malattie, spesso salvano vite, ma che hanno un impatto economico enorme.
A questo si somma un fattore inevitabile: l’invecchiamento della popolazione. Un Paese più anziano consuma più cure, più farmaci, più terapie continuative. È matematica sanitaria, prima ancora che politica.
Per questo il vero punto non è scandalizzarsi davanti allo sforamento. Il vero punto è chiedersi se abbia ancora senso misurare la farmaceutica del 2025 con tetti pensati per una sanità che non esiste più.
C’è poi un elemento che merita attenzione: la farmacia territoriale continua a dimostrare capacità di tenuta, nonostante l’aumento delle dosi dispensate (+0,4%) e un incremento della spesa netta del 3,7%. La rete convenzionata resta, nei fatti, un presidio di equilibrio del sistema. Anche il trasferimento di alcune categorie terapeutiche — come le gliflozine per il diabete — dalla distribuzione diretta alla fascia convenzionata potrà modificare ulteriormente gli equilibri, spostando quote di spesa da un canale all’altro senza alterare il problema di fondo: la crescita complessiva.
Infine, il nodo territoriale. Le differenze regionali restano marcate: la Sardegna registra un’incidenza della spesa per acquisti diretti del 15,04% del Fondo sanitario, mentre Lombardia e Provincia autonoma di Trento si fermano intorno al 10%. Un divario che interroga modelli organizzativi, capacità negoziali, appropriatezza prescrittiva e omogeneità di accesso alle cure.
La conclusione è netta. La spesa farmaceutica non è fuori controllo; è dentro una nuova normalità che la politica sanitaria fatica ancora a governare. Continuare a inseguire gli sforamenti con meccanismi correttivi pensati per un’altra stagione rischia di produrre un doppio danno: comprimere l’innovazione e aumentare le disuguaglianze.
Serve invece una scelta di sistema: rivedere i tetti, riallineare i modelli di finanziamento, investire sulla governance clinica e sulla valutazione del valore terapeutico reale dei farmaci.
Perché la questione non è quanto costano i medicinali. La questione è quanto vale, per un Paese, poter curare meglio e più a lungo una popolazione sempre più fragile.


