Fa male, sì. Fa molto male.

Ma il punto non è il dolore: è l’abitudine al dolore. È l’assuefazione a quella frase, “non ci sono i soldi”, ripetuta come un mantra ogni volta che si parla di stipendi, pensioni, sanità, scuola, sicurezza, trasporto pubblico. Una formula che chiude il discorso prima ancora di aprirlo, che trasforma una scelta politica in una presunta necessità tecnica.

Perché di questo si tratta: non di un obbligo, ma di una scelta. una scelta politica.

Il cittadino comune lo percepisce con chiarezza crescente. Lo vede quando fa la spesa e scopre che il carrello si riempie meno, quando paga bollette e imposte che svuotano la busta paga, quando è costretto a lavorare fino a 70 anni per non perdere metà della pensione, quando rinuncia a curarsi perché i tempi del pubblico sono incompatibili con la propria salute. In quel momento capisce che il problema non è astratto. È profondamente concreto. È quotidiano.

Eppure, nello stesso sistema in cui “non ci sono risorse” per adeguare salari e pensioni, esistono ambiti in cui il denaro scorre con una fluidità impressionante. Non è una questione di invidia sociale, sarebbe una lettura superficiale e comoda, ma di proporzioni. Di equilibrio. Di percezione di giustizia.

La sensazione diffusa è quella di vivere dentro due economie parallele: una fatta di lavoro che perde valore, di precarietà normalizzata, di diritti erosi lentamente; l’altra fatta di compensi fuori scala, di protezioni solide, di opportunità riservate a pochi. Non è solo una differenza di reddito: è una distanza crescente tra mondi che smettono di parlarsi.

Quando si invoca la sostenibilità per giustificare l’allungamento dell’età pensionabile, si compie una scelta precisa: si trasferisce il peso dell’equilibrio finanziario sulle spalle di chi lavora. Quando si risponde all’inflazione con bonus temporanei, si evita di intervenire strutturalmente sul valore del lavoro. Quando il sistema sanitario pubblico arretra, si accetta implicitamente che l’accesso alle cure diventi una questione di reddito.

La domanda, allora, non è se i soldi ci sono. È dove si decide di metterli.

Un Paese che fatica a garantire servizi essenziali e dignità economica alla maggioranza dei cittadini non è semplicemente in difficoltà: è un Paese che sta mettendo a rischio il proprio patto sociale. E senza quel patto, parole come crescita, competitività, sviluppo perdono consistenza. Diventano slogan vuoti.

Non si tratta di “livellare verso il basso”, né di demonizzare il successo e la ricchezza. Si tratta di ristabilire una gerarchia di priorità. Di riconoscere che il lavoro ordinario, quello che tiene in piedi ogni giorno la società, non può essere sistematicamente svalutato. Che la redistribuzione della ricchezzanon è un capriccio ideologico, ma uno strumento di stabilità.

Dire “non ci sono i soldi” è rassicurante per chi governa: sposta il problema fuori dal campo delle responsabilità. Ma è una scorciatoia pericolosa. Perché i soldi, in un sistema complesso, in una società strutturata su basi democratiche, si redistribuiscono, si orientano.

E ogni volta che si sceglie di non orientare quelle risorse verso chi ne ha più bisogno, si compie una decisione precisa. Politica. Morale. Sociale.

Il dolore, allora, non nasce solo dalla mancanza di denaro. Nasce dalla consapevolezza che quella mancanza, spesso, è il risultato di una scelta.

L’Italia è il Paese UE con l’età pensionabile più alta: 67 anni. 
L’Italia è il Paese UE con gli stipendi & le pensioni più bassi. 
Lavoriamo di più, guadagniamo di meno… 
Ma nessuno s'incazza... neppure i diretti interessati🤔
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