Navi umanitarie dirette a Gaza fermate in acque internazionali e trasferite a Creta. Accuse di violenze, due attivisti arrestati. Cresce la tensione tra governi europei e Tel Aviv.
C’è un punto in cui la sicurezza smette di essere una giustificazione e diventa un alibi. È lì che si colloca l’ennesimo episodio nel Mediterraneo orientale, dove oltre cento attivisti pro-Palestina sono stati intercettati da Israele mentre tentavano di portare aiuti umanitari a Gaza. Navi fermate in acque internazionali, persone trattenute per ore, racconti di violenze e privazioni: una vicenda che scuote le coscienze e riaccende un conflitto politico e morale mai sopito.
Secondo gli organizzatori della Global Sumud flotilla, le imbarcazioni partite da Barcellona il 12 aprile sono state bloccate da unità militari israeliane a centinaia di miglia dalle coste di Gaza, nei pressi della Grecia. I 168 attivisti a bordo sono stati poi trasferiti su mezzi greci e condotti sull’isola di Creta, dove li attendevano autobus e assistenza sanitaria. Una gestione che, già di per sé controversa, è stata accompagnata da accuse gravissime: pestaggi, condizioni disumane, privazione di cibo e acqua.
La testimonianza della Global Sumud Flotilla: "I partecipanti della Global Sumud Flotilla sono appena sopravvissuti a 40 ore di crudeltà deliberata a bordo di una nave della marina israeliana in acque greche.
È stato loro negato cibo e acqua a sufficienza. Sono stati costretti a dormire su pavimenti volutamente e ripetutamente allagati.
Quando i militari hanno tentato di portare via due partecipanti, Saif Abukeshek (Spagna / origini palestinesi) e Thiago Ávila (Brasile), il nostro equipaggio ha opposto una resistenza pacifica, ma la risposta è stata una violenza brutale.
I partecipanti sono stati colpiti con pugni e calci, trascinati sul ponte con le mani legate dietro la schiena. Hanno riportato nasi rotti, costole incrinate e pestaggi sanguinosi. Nel caos sono stati persino esplosi colpi d’arma da fuoco contro di loro.
L’incubo non è finito. La polizia greca sta ora trattenendo il nostro equipaggio ferito sugli autobus, negando loro la libertà di andarsene, mentre Saif e Thiago sono stati portati via e trasferiti nei territori palestinesi occupati.
I nostri partecipanti restano però determinati: 60 di loro hanno avviato immediatamente uno sciopero della fame.
Si tratta di un attacco feroce contro civili pacifici. Non distoglieremo lo sguardo. Chiediamo la loro libertà e responsabilità internazionale subito".
Israele, dal canto suo, parla di “provocatori professionisti” e rivendica la legittimità del blocco navale su Striscia di Gaza. Ma è proprio qui che si apre la frattura. Perché fermare una missione umanitaria in acque internazionali, e farlo con modalità che violano diritti fondamentali, non è solo una questione di sicurezza: è una scelta politica che espone Israele a critiche sempre più dure.
Due attivisti, lo spagnolo di origine palestinese Saif Abu Keshek e il brasiliano Thiago Ávila, sono stati arrestati e trasferiti in Israele. Madrid ha reagito immediatamente: il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha parlato apertamente di arresto illegale, chiedendo il rilascio immediato del suo cittadino. Berlino e Roma, pur con toni più cauti, hanno espresso “profonda preoccupazione”.
Le testimonianze diffuse dagli organizzatori sono inquietanti. Parlano di 40 ore di “crudeltà calcolata” a bordo di una nave militare: pavimenti allagati per impedire il riposo, attivisti colpiti e trascinati con le mani legate, spari durante momenti di tensione. Israele non ha ancora risposto nel merito di queste accuse. E questo silenzio pesa quanto le parole.
Nel frattempo, la crisi non si ferma. Mentre 22 imbarcazioni sono state sequestrate, altre 47 restano al largo di Creta, pronte a tentare nuovamente la rotta verso Gaza. A bordo, circa una tonnellata di aiuti per nave: cibo, medicinali, materiali essenziali. Una goccia nel mare del bisogno, ma anche un simbolo politico potente.
La vicenda si inserisce in un contesto già esplosivo. Nonostante il cessate il fuoco dello scorso ottobre, la situazione umanitaria nella Striscia resta drammatica: oltre due milioni di persone vivono tra macerie, tende improvvisate e scarsità cronica di beni essenziali. Israele nega di ostacolare gli aiuti, ma i dati e le testimonianze raccontano un’altra realtà.
E allora la domanda è inevitabile: chi ha paura di una nave carica di aiuti? Perché trattare civili disarmati come una minaccia militare?
Il precedente non è isolato. Già lo scorso anno una flottiglia simile era stata fermata, con l’arresto dell’attivista svedese Greta Thunberg e centinaia di partecipanti. Da allora, la linea di Israele non è cambiata: chi prova a forzare il blocco viene fermato, senza eccezioni.
Ma il costo politico di questa strategia cresce. Gli Stati Uniti hanno minacciato conseguenze contro chi sostiene la flottiglia, definendola filo-Hamas. Una posizione che gli attivisti respingono con forza: “Difendere i diritti dei palestinesi non significa sostenere il terrorismo”. Una frase che sintetizza lo scontro narrativo in atto.
Nel Mediterraneo, oggi, non si gioca solo una partita militare. Si gioca una battaglia di legittimità, di diritto internazionale, di opinione pubblica globale. E Israele rischia di perderla proprio sul terreno che dovrebbe difendere: quello dei valori democratici.
Perché la sicurezza non può diventare una giustificazione per tutto. E quando lo diventa, smette di proteggere e comincia a isolare.
“Bloccare gli aiuti non ferma una crisi: la aggrava.”
E oggi, nel silenzio delle istituzioni internazionali, questa verità risuona più forte che mai.


