Schillaci sventola cifre assolute, ma il vero metro è il peso della spesa sul Pil: ed è lì che il Servizio sanitario arretra.

C’è un artificio retorico che da anni inquina il dibattito pubblico sulla sanità italiana: parlare di miliardi in più, evitando accuratamente di dire quanto quei miliardi valgano davvero rispetto alla ricchezza prodotta dal Paese. È il gioco delle tre carte della politica sanitaria: si mostra la cifra nominale, si nasconde la percentuale reale.

Il ministro della Salute Orazio Schillaci, nell'ultima interrogaziona parlamentare, continua a insistere su questo schema. Rivendica che il Fondo sanitario nazionale passerà da 125 miliardi nel 2022 a 142,9 miliardi nel 2026, cioè circa 18 miliardi in più. Presentata così, la cifra sembra imponente. Ma è una rappresentazione fuorviante, se non accompagnata dal dato che conta davvero: quanta parte del Pil l’Italia destina alla sanità pubblica.

Perché il bilancio di uno Stato non si misura in valori assoluti, ma in rapporto alla sua capacità economica. È la regola elementare della finanza pubblica. Se un Paese produce di più, è normale che aumentino anche le entrate fiscali e la spesa nominale. Il punto non è spendere “più di ieri” in euro correnti; il punto è scegliere quanto della ricchezza nazionale destinare alla salute dei cittadini.

Ed è qui che la narrazione ministeriale si sgonfia.

Se la spesa sanitaria cresce meno del Pil nominale, il suo peso relativo diminuisce. Se cresce meno dell’inflazione sanitaria — storicamente più alta dell’inflazione media — il sistema, in termini reali, si impoverisce. Se aumenta mentre crescono l’invecchiamento della popolazione, la cronicità e il costo delle tecnologie, quell’aumento non è un rafforzamento: è spesso una rincorsa insufficiente.

Quando Schillaci afferma che “per la prima volta in dieci anni ci stiamo avvicinando alla media di spesa europea”, omette un dettaglio decisivo: la media europea si misura in quota di Pil e in spesa pro capite corretta per potere d’acquisto, non in annunci di stanziamenti nominali. Dire che il gap si è ridotto da 15 a 7,8 miliardi può impressionare il pubblico, ma senza spiegare con quale metodologia quel divario venga calcolato, il numero resta propaganda, non trasparenza.

Più che avvicinarsi all’Europa, l’Italia continua a convivere con un nodo strutturale: spende meno dei principali partner europei e scarica sui cittadini una quota crescente di costi, attraverso liste d’attesa interminabili, rinuncia alle cure e ricorso forzato al privato. È questa la vera tassa sanitaria occulta: non quella iscritta in bilancio, ma quella pagata direttamente dalle famiglie.

Che poi un ministro ammetta, quasi involontariamente, la verità nel momento stesso in cui prova a negarla, è un paradosso politico notevole. Schillaci dice: “Noi spendiamo per la sanità in proporzione a quello che produciamo”. Appunto. È esattamente questo il criterio. Ed è proprio per questo che sbandierare miliardi assoluti è un esercizio di distrazione di massa.

Per valutare un governo non bisogna chiedersi quanti miliardi abbia aggiunto nominalmente al Fondo sanitario. Bisogna chiedersi: ha aumentato la quota di Pil destinata alla salute? Ha recuperato terreno rispetto ai partner europei? Ha rafforzato strutturalmente personale, medicina territoriale e capacità di cura?

Se la risposta è no, i grandi numeri diventano solo grandi slogan.

La sanità pubblica italiana non ha bisogno di illusionismo contabile. Ha bisogno di verità numerica, di scelte politiche nette e di investimenti misurati sulla realtà, non sulla propaganda.

Perché sulla salute dei cittadini, gonfiare le cifre equivale a ridurre i diritti.