Ci sono notizie che aprono i telegiornali. E ci sono notizie che dovrebbero aprirli, ma finiscono in fondo alla scaletta perché disturbano troppo.

Le dichiarazioni rilasciate da Pier Silvio Berlusconi durante la presentazione dei palinsesti Mediaset appartengono alla seconda categoria. Non sono state solo le parole di un imprenditore sulla televisione. Non sono state solo considerazioni sul mercato pubblicitario. Non sono state solo riflessioni sul futuro dell'editoria.

Sono state anche dichiarazioni politiche...

Giudizi sul governo Meloni"Penso che questo governo sia uno dei migliori d'Europa, per non dire oltre. Sta facendo un lavoro serio, concreto, al di là della propaganda."
"Giorgia Meloni si sta comportando come meglio non potrebbe. Ha costruito il governo migliore d'Europa."
 
Sulla possibilità di scendere in politica
Alla domanda se un giorno potrebbe entrare direttamente in politica: "Non ne ho nessuna intenzione. Oggi non è assolutamente nei miei pensieri." Ha però aggiunto: "Nella vita non si può mai sapere. Oggi la risposta è no."
 Su Forza Italia
"Forza Italia deve guardare avanti. Serve un ricambio, servono energie nuove."
Su Tajani: "Ho grande stima per Antonio Tajani e penso stia facendo un buon lavoro."
 
Sui giovani e il ricambio politico
"La politica italiana, come tante realtà, ha bisogno di facce nuove, di persone preparate e credibili."
Sul centrodestra
Ha ribadito il proprio sostegno all'attuale maggioranza: "Credo che il centrodestra oggi rappresenti la proposta di governo più solida." 
Sulle priorità dell'Italia
Secondo Berlusconi, i temi realmente importanti sono altri rispetto al dibattito sullo ius scholae: "Le vere priorità sono i salari, il welfare, la sanità, la scuola, la sicurezza e lo sviluppo economico."

Un intervento che, per contenuti e ampiezza, sarebbe apparso perfettamente naturale sulla bocca di un leader politico. Solo che Pier Silvio Berlusconi non è un leader politico. È l'amministratore delegato del principale gruppo televisivo privato italiano, un'azienda che opera attraverso concessioni pubbliche e in un settore sottoposto a regole, autorizzazioni e controlli dello Stato. Ed è, insieme alla sorella, il "padrone" virtuale di Forza Italia, come confer mato dalla convocazione di Tajani ad Arcore in una riunione in cui era presente anche l'ad di Finivest, holding della famiglia, che controlla importanti partecipazioni in gruppi come MFE-MediaForEurope, Mondadori e Banca Mediolanum.

È una differenza enorme. O almeno dovrebbe esserlo.

Per anni l'Italia ha consumato fiumi d'inchiostro sul conflitto d'interessi. Abbiamo discusso di pluralismo, di indipendenza dell'informazione, di concentrazione del potere mediatico. Sembrava una questione destinata a segnare un'intera stagione della Repubblica. Poi, improvvisamente, il tema è evaporato.

Oggi il vertice del maggiore gruppo televisivo privato italiano interviene apertamente sulla politica nazionale nonostante l'enorme conflitto d'interessi (tra l'atro incredibilmente ironico, visto che Forza Italia si proclama portavoce del liberismo!!) e il dibattito si limita, nella migliore delle ipotesi, a registrare le sue parole come fossero quelle di un qualsiasi opinionista.

Il problema non è che Pier Silvio Berlusconi abbia un'opinione politica. Ce l'hanno tutti, ed è giusto che sia così. Il problema nasce quando quella opinione viene espressa da una posizione di enorme potere economico, mediatico, comunicativo e dall'esser "padrone" di Forza Italia.

È qui che entra in gioco una parola quasi scomparsa dal lessico pubblico: opportunità. In una democrazia che pretende di esser liberale non tutto ciò che è legittimo è anche opportuno.

Nessuno mette in discussione il diritto di parola di Pier Silvio Berlusconi. Si può però discutere, eccome, dell'opportunità che l'amministratore delegato di un grande concessionario televisivo utilizzi la presentazione dei palinsesti aziendali per intervenire sul governo della Repubblica, ma che lo faccia parlando di un partito che "appartiene" alla sua famiglia, pagato un centinaio di milioni di euro, è incredibile.

È una questione di etica pubblica prima ancora che di diritto. E nessuno se ne accorge... ancora una volta l'anormalità è sdoganata come normalità. Ed è qui che arriva il secondo elemento, forse ancora più sconfortante. La reazione dell'informazione.

In qualunque altro Paese europeo una scena del genere avrebbe probabilmente aperto un confronto sul rapporto tra media e politica. Da noi, invece, una parte del sistema mediatico ha preferito inseguire il retroscena del giorno, il presunto sondaggio attribuito a Valter Lavitola, le indiscrezioni da corridoio, il teatrino delle interpretazioni, gossip politico della stampa alimentata dal leghista Angelucci... che ovviamente tiene in piedi una banda di saltafossi di destra che pretendono di essere giornalisti, per colpire chiunque si opponga ai fascisti al governo... che deve garntirgli i ricavi dei suoi investimenti nella sanità. 

Davvero il tema era quello? Davvero la priorità era discutere di un sondaggio di cui si è parlato per giorni, mentre passavano quasi in secondo piano le dichiarazioni politiche dell'uomo che guida il più grande gruppo televisivo privato italiano?

È come osservare il dito ignorando la luna. Non occorre condividere o contestare le opinioni espresse da Pier Silvio Berlusconi. È perfino secondario stabilire se avesse ragione oppure torto sul governo Meloni, su Forza Italia o sullo ius scholae.

La domanda è molto più semplice. È sano, per una democrazia occidentale, che uno dei maggiori protagonisti del sistema televisivo italiano entri così direttamente nel confronto politico, considerando la virtuale proprietà di Forza Italia? Ed è ancora più sano che questo non susciti quasi alcun dibattito?

La vicenda racconta molto più del nostro sistema mediatico che di Pier Silvio Berlusconi. Perché lui ha fatto ciò che riteneva opportuno fare. Sono gli altri che hanno scelto di considerarlo normale.

Ed è proprio questa assuefazione il problema più grande. Quando un potenziale conflitto tra potere economico, influenza mediatica e intervento politico smette perfino di essere percepito come tale, significa che il dibattito pubblico ha abbassato l'asticella fino a perdere la capacità di distinguere ciò che è ordinario da ciò che dovrebbe, quantomeno, far discutere.

Il vero scandalo non sono le parole di Pier Silvio Berlusconi. Il vero scandalo è il silenzio che le ha accompagnate.