"Il Governo italiano esprime vicinanza al Cardinale Pizzaballa, a Padre Ielpo e ai religiosi ai quali le autorità israeliane hanno impedito oggi di celebrare la Messa della Domenica delle Palme nel Santo Sepolcro.
Il Santo Sepolcro di Gerusalemme è luogo sacro della cristianità, e in quanto tale da preservare e tutelare per la celebrazione dei riti sacri.Impedirne l’ingresso al Patriarca di Gerusalemme e al Custode di Terra Santa, peraltro in una solennità centrale per la fede qual è la Domenica delle Palme, costituisce un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa".

C'è un'indignazione che arriva puntuale, quasi automatica. E ce n'è un'altra che, invece, sembra non arrivare mai. La dichiarazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sull'aver vietato, da parte edlla polizia israeliana, l'ingresso al Santo Sepolcro al patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa e al Custode di Terra Santa padre Ielpo è un esempio perfetto della sua doppia morale, che la caratterizza.

Parole nette, formali, istituzionali: “offesa per i credenti”, “libertà religiosa”, “luogo sacro da tutelare”. Tutto giusto, tutto condivisibile. Nessuno mette in discussione la gravità di impedire una celebrazione religiosa in un luogo simbolo della cristianità mondiale. Ma proprio qui sta il punto: perché questa prontezza, questa fermezza, questa chiarezza… emergono solo in casi come questo?

Perché, quando si tratta della tragedia ben più vasta e devastante che si consuma a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, lo stesso governo italiano ha scelto il silenzio o, al massimo, un linguaggio neutro, burocratico, evasivo... quando è stato costretto a doverne parlare. 

I numeri parlano da soli, e gridano. Oltre 72.000 morti nella Striscia di Gaza dall'ottobre 2023, più di 170.000 feriti, intere aree rase al suolo, migliaia di corpi ancora sotto le macerie. A questi si aggiungono oltre 1.100 morti in Cisgiordania, tra cui 200 bambini, in un contesto segnato da operazioni militari, espulsioni forzate e violenze dei coloni.

Di fronte a questa devastazione, che molti osservatori internazionali definiscono apertamente come una catastrofe umanitaria senza precedenti recenti, oltre che un genocidio,  l'Italia guidata da Meloni non ha mai espresso una condanna chiara e diretta delle responsabilità dello Stato ebraico. Nessuna parola forte, nessuna presa di posizione che abbia lo stesso peso e la stessa immediatezza di quella riservata al caso del Santo Sepolcro.

Difendere la libertà religiosa è giusto... ma difendere la vita umana dovrebbe esserlo ancora di più. E invece sembra che il valore della denuncia dipenda dal contesto politico, dagli equilibri diplomatici, dalle convenienze strategiche.

Il risultato è un messaggio devastante: alcune violazioni sono intollerabili e meritano una reazione immediata; altre, anche se infinitamente più gravi, possono essere ignorate, minimizzate o semplicemente non nominate.

Non si tratta di mettere in competizione tragedie diverse. Si tratta di coerenza. Se impedire una messa è un'offesa alla libertà religiosa – ed è giusto sottolinearlo – allora cosa sono decine di migliaia di morti, città distrutte, popolazioni costrette a fuggire? Cosa sono i bombardamenti su civili, le restrizioni sistematiche, le violenze quotidiane?

Il problema non è aver parlato del Santo Sepolcro. Il problema è non aver parlato, con la stessa forza e la stessa puntualità, di tutto il resto.

Perché un governo che sceglie quando indignarsi e quando tacere non sta solo facendo politica estera. Sta costruendo una gerarchia morale. E in quella gerarchia, oggi, la vita dei palestinesi vale molto meno di una messa nel Santo Sepolcro.