Politica

Referendum sulla Giustizia o sul governo Meloni?

In un Paese in cui il costo della vita corre e i salari restano fermi, mentre l’età pensionabile continua ad allontanarsi e gli assegni si assottigliano, pensioni e stipendi sono e saranno il vero banco di prova per la tenuta dell’attuale esecutivo. Più che le riforme costituzionali e i dibattiti sui massimi sistemi, saranno le tasche degli italiani a decidere la longevità del governo guidato da Giorgia Meloni.

Il primo segnale arriverà già con il Referendum del 23 marzo: formalmente centrato sulla riforma della giustizia, nella percezione di molti cittadini rischia di trasformarsi in un voto di fiducia  o di sfiducia sull’operato complessivo dell’esecutivo, soprattutto su temi concreti come salari e pensioni.

Ne parliamo con il Dott. Gregorio Scribano, analista dei media, politologo e da sempre sensibile ai temi sociali. Scribano mette in luce come il destino del governo guidato da Giorgia Meloni passerà soprattutto dal giudizio dei cittadini su questi temi.

 Dottor Scribano, il governo aveva promesso di superare la rigidità della Legge Fornero. Oggi la realtà sembra opposta.

Non solo la Legge Fornero non è stata superata, ma è stata di fatto blindata e utilizzata per tenere in ordine i conti pubblici rendendola ancora più penalizzante per i lavoratori dipendenti. Le formule di uscita anticipata sono state progressivamente smantellate e l’età dei 67 anni, con proiezione futura fino ai 70, resta il traguardo quasi obbligato per la maggioranza dei lavoratori, a meno di pesantissime penalizzazioni.

La promessa di flessibilità si è trasformata in rigida continuità con le riforme Dini/Fornero e in un progressivo innalzamento dell'età pensionabile, a fronte di un assegno sempre più magro imposto da un sistema contributivo senza i giusti 'contrappesi'. E questo ha un 'peso' politico enorme, perché riguarda milioni di persone.

Quanto incide questo sul consenso del governo?

 Incide moltissimo. Pensioni e salari sono la misura concreta della credibilità politica. Quando i cittadini vedono che l’età pensionabile aumenta, che gli assegni sono sempre più magri e che gli stipendi non vengono adeguati al costo reale della vita, la distanza tra promesse e realtà diventa evidente.

Il Referendum del 23 marzo rischia di essere il primo termometro di questa distanza. Più che un giudizio su una riforma tecnica della giustizia, che poco interessa ai cittadini in quanto è un puro e complesso tecnicismo che non va ad incidere sulla durata e la giustezza dei processi, il referendum sarà percepito come un voto sull’insieme dell’azione di governo. Se il disagio sociale si tradurrà in disaffezione o protesta, il segnale politico sarà chiaro nel voto di marzo.

Chi paga il prezzo più alto di una mancata riforma del sistema previdenziale?
Le fasce più deboli e la generazione oggi tra i 58 e i 65 anni: persone che hanno lavorato per decenni, spesso con salari bassi e carriere discontinue, e che ora si vedono costrette a restare al lavoro fino a 67 anni e oltre, con la prospettiva di una pensione inferiore rispetto a quella delle generazioni precedenti.

Perché sostiene che esista una generazione particolarmente penalizzata?
Parliamo dei lavoratori nati tra il 1961 e il 1967, molti dei quali hanno 35, 38 o più anni di contributi. Hanno iniziato in un mercato del lavoro rigido, senza smart working o settimana corta, attraversando crisi industriali, ristrutturazioni e blocchi salariali. Oggi si sentono dire che devono lavorare ancora, in nome della speranza di vita, senza che venga riconosciuto il peso di carriere lunghe e spesso sottopagate.

La previdenza integrativa può essere una soluzione per questa fascia d’età?
Per molti no. Con stipendi bassi e stagnanti è stato difficile accantonare risorse per fondi pensione. Inoltre, a pochi anni dalla pensione, non c’è il tempo necessario perché la previdenza integrativa possa compensare gli effetti delle riforme precedenti. Il rischio è che venga proposta come soluzione teorica a chi, concretamente, non può permettersela.

 È anche una questione di “diritti acquisiti”?
Sì. Chi ha costruito la propria vita professionale con regole che prevedevano pensione a 65 anni e calcolo retributivo ha fatto scelte coerenti con quel quadro. Cambiare le regole a ridosso del traguardo rischia di essere percepito come una rottura del patto sociale, più che come una riforma.

In che modo il sistema contributivo incide sulle carriere più fragili?
Il sistema contributivo penalizza chi ha avuto stipendi modesti o periodi di precarietà. Si può lavorare un anno intero e scoprire che quel periodo non pesa abbastanza nè per maturare il diritto alla pensione anticipata, nè per far crescere l'assegno previdenziale. È un cortocircuito sociale, un meccanismo che rischia di ampliare le disuguaglianze invece di ridurle.

Il governo giustifica tutto con la sostenibilità dei conti pubblici. È sufficiente?

La sostenibilità è un tema reale. Ma non può essere l’unica bussola. Governare significa anche scegliere chi tutelare. Se la stabilità dei conti si traduce in instabilità sociale, il prezzo politico arriva prima o poi.

La vera questione è questa: vivere più a lungo non può significare lavorare più a lungo in condizioni peggiori e con pensioni più basse. Altrimenti la longevità diventa una condanna, non un progresso.

 Quindi pensioni e salari possono determinare il futuro politico di Giorgia Meloni?

Senza dubbio. Sono il banco di prova decisivo. Se nei prossimi mesi non arriveranno segnali concreti sull’adeguamento dei salari al costo della vita e su una maggiore equità previdenziale, il consenso potrebbe erodersi.

Il Referendum del 23 marzo sarà il primo step. Non deciderà da solo le sorti del governo, ma offrirà un’indicazione chiara sull’umore del Paese. E se il messaggio sarà negativo, sarà difficile ignorarlo.

Un messaggio finale?

La politica può sopravvivere a molte polemiche, ma non all’impoverimento diffuso. Pensioni sempre più magre e salari fermi sono una miscela che mina la fiducia.

Se il governo non affronterà questi nodi con coraggio, pensioni e stipendi diventeranno non solo una questione sociale, ma il vero giudizio politico sulla sua tenuta dell'esecutivo. E quel giudizio potrebbe arrivare prima di quanto si pensi.

Autore Freeskipper Italia
Categoria Politica
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