Il governo guidato da Giorgia Meloni aveva promesso di archiviare definitivamente la stagione della rigidità previdenziale inaugurata nel 2011. La Legge Fornero era diventata, nella narrazione elettorale del centrodestra, il simbolo di un sistema da superare con maggiore flessibilità e giustizia sociale. Oggi, però, il quadro che emerge è opposto: non solo quell’impianto non è stato smantellato, ma nei fatti è stato irrigidito.

Da quest’anno il panorama delle pensioni cambia radicalmente. Andare in pensione prima dei 67 anni diventa sempre più difficile. La cancellazione di Quota 103 e la fine di Opzione Donna segnano la chiusura delle principali vie di uscita anticipata che, pur con limiti e penalizzazioni, avevano introdotto margini di flessibilità. Il sistema torna a concentrarsi quasi esclusivamente sui canali ordinari, restringendo drasticamente le possibilità concrete per chi sperava di lasciare il lavoro qualche anno prima, o meglio ancora con le stesse regole di quando era stato assunto, ovvero pensione a 65 anni con un assegno pari alla media degli ultimi stipendi.

Il paradosso è evidente: la riforma firmata da Elsa Fornero, per anni additata come l’emblema dell’austerità tecnocratica, non solo resta intatta, ma diventa il perno esclusivo del sistema. Per chi non rientra in misure speciali, l’unica strada strutturale per uscire prima della vecchiaia è la pensione anticipata ordinaria: 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, 41 anni e 10 mesi per le donne! Nessuna età minima, è vero, ma con una finestra mobile che posticipa l’erogazione dell’assegno. Un dettaglio tutt’altro che secondario: chi matura il requisito deve attendere mesi prima di vedere la pensione partire, con tempi ancora più lunghi nel pubblico impiego.

Il canale più “sicuro” resta la pensione di vecchiaia: 67 anni di età e almeno 20 anni di contributi. L’assegno decorre dal mese successivo al raggiungimento dei requisiti, senza finestre mobili. Per il 2026 l’adeguamento alla speranza di vita è sospeso, ma la soglia resta alta e invalicabile per chi non ha una carriera contributiva continua. Chi non raggiunge i 20 anni può contare solo su strumenti residuali come l’assegno sociale, una misura assistenziale, condizionata al reddito, che non sostituisce una vera pensione maturata con i contributi.

La fine definitiva di Opzione Donna nel 2026 rappresenta un segnale politico ancora più forte. Uno strumento molto utilizzato dalle lavoratrici, che consentiva di anticipare l’uscita accettando un ricalcolo contributivo dell’assegno, viene archiviato senza alternative strutturali. Resta l’Ape sociale fino al 31 dicembre 2026, ma si tratta di un’indennità ponte, non di una pensione vera e propria, riservata a categorie specifiche e con requisiti stringenti (63 anni e 5 mesi di età, 30 o 36 anni di contributi a seconda dei casi).

In sostanza, per la maggioranza dei lavoratori, l’obiettivo resta la soglia dei 67 anni. Chi svolge lavori gravosi, chi ha carriere discontinue, chi ha attraversato periodi di precarietà, vede allontanarsi l’uscita dal lavoro. La promessa di superare la rigidità si è trasformata in un ritorno all’ordine contributivo più severo.

Il governo può invocare la sostenibilità dei conti pubblici e l’invecchiamento demografico. Argomenti reali, che nessun esecutivo può ignorare. Ma il nodo politico è un altro: tra l’annuncio di abolire la Fornero e la realtà di un sistema che ne rafforza i pilastri c’è uno scarto evidente. L’asticella dell’età pensionabile non è stata abbassata, ma di fatto alzata e più difficile da superare.

Per un Paese con salari stagnanti e una crescente fatica sociale, chiedere di lavorare più a lungo senza introdurre una vera flessibilità strutturale significa scaricare il peso dell’equilibrio finanziario sui singoli lavoratori.

La stagione delle promesse sembra chiudersi così: non con l’abolizione della Fornero, ma con la sua definitiva normalizzazione come unico orizzonte possibile del sistema previdenziale italiano!