La figuraccia consumata dalla maggioranza al Senato il 19 maggio 2026 racconta molto più di una semplice tensione interna tra Fratelli d'Italia e Lega. Racconta il caos strategico di un governo che prima ammette implicitamente che l'Italia non può permettersi di aumentare le spese militari al 5% del PIL a causa dell'esplosione dei costi energetici, e poi, poche ore dopo, fa marcia indietro sotto la pressione di Palazzo Chigi e del ministro della Difesa Guido Crosetto.
La mozione votata dalla maggioranza, infatti, impegnava il governo a rinegoziare o addirittura bloccare il nuovo obiettivo NATO proprio perché famiglie e imprese italiane sono schiacciate dal caro energia. Una posizione che aveva almeno il merito della sincerità e, tra l'altro, ufficializzata dalla stessa premier Meloni in una precedente lettera alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen: è difficile spiegare agli italiani perché debbano essere trovati decine di miliardi per gli armamenti mentre bollette, carburanti e costi industriali continuano a divorare stipendi e competitività.
Ma quella sincerità è durata pochissimo. Dopo il disappunto di Meloni e Crosetto, la maggioranza ha ritirato tutto, regalando l'ennesima immagine di un governo che oscilla tra propaganda sovranista, fedeltà atlantica e incapacità di affrontare le vere cause della fragilità economica italiana.
E la vera causa ha un nome preciso: dipendenza dal gas.
L'Italia paga più di tutti perché è rimasta agganciata ai combustibili fossili
Mentre la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha provocato una nuova impennata globale dei prezzi energetici, l'Italia si è ritrovata tra i paesi europei più vulnerabili. Non per sfortuna. Non per fatalità. Ma per precise scelte politiche.
Secondo i dati di Ember e dell'Energy Institute citati da Reuters, quasi metà dell'elettricità italiana viene ancora prodotta con il gas. È la quota più alta dell'intera Unione Europea. In pratica, mentre altri paesi acceleravano sulle rinnovabili, Roma continuava a restare legata ai combustibili fossili importati.
Il risultato oggi è devastante: ogni crisi internazionale si trasforma immediatamente in una stangata per famiglie e imprese italiane.
La situazione è ancora più grave perché l'Italia è uno dei maggiori importatori europei di gas naturale liquefatto proveniente dall'area del Golfo Persico, proprio quella travolta dalla crisi iraniana e dal blocco di fatto dello Stretto di Hormuz. Invece di correre ad accelerare eolico e solare, il governo ha reagito cercando nuovi fornitori di gas, esattamente come aveva fatto dopo l'invasione russa dell'Ucraina nel 2022.
Una strategia che somiglia sempre di più a una dipendenza cronica.
La “guerra alle rinnovabili” del governo Meloni
La parte più clamorosa della vicenda riguarda però ciò che l'Italia avrebbe potuto fare negli ultimi anni e non ha fatto.
Nel 2024 era stata approvata una legge per incentivare l'eolico offshore. Investitori internazionali come la danese Copenhagen Infrastructure Partners aspettano ancora, nel 2026, che il governo pubblichi il calendario delle aste promesse. Due anni di immobilismo.
Michele Schiavone, responsabile italiano del gruppo danese, ha definito il silenzio del governo “un autogol troppo assurdo per essere vero”. E come dargli torto? In un momento in cui il paese avrebbe disperato bisogno di ridurre la dipendenza dal gas, Palazzo Chigi continua a rallentare uno dei settori più strategici per la sicurezza energetica futura.
Nel frattempo i numeri europei sono impietosi.
Tra il 2020 e il 2024 la quota di energia rinnovabile nella produzione elettrica italiana è salita appena di poco più di due punti percentuali, arrivando al 41%. Nello stesso periodo:
- la Spagna è cresciuta di 17 punti;
- la Germania di 10;
- perfino la Francia nucleare di 6,5.
- L'Italia è rimasta praticamente ferma.
E molti economisti ormai parlano apertamente di responsabilità politiche. Enrico Giovannini, ex ministro delle Infrastrutture e direttore dell'ASviS, ha accusato senza giri di parole: “Negli ultimi anni abbiamo fatto una guerra alle rinnovabili”.
Una frase pesantissima, ma difficile da smentire.
Meloni contro la transizione ecologica
Giorgia Meloni ha più volte liquidato la transizione ecologica come una “transizione ideologica”, sostenendo che non sarebbe guidata dalla scienza. Una linea politica che ha avuto conseguenze concrete.
La quota di fondi europei post-Covid destinata alla transizione verde è stata ridotta dal 39,5% originario al 37,1%, appena sopra il minimo imposto dall'Unione Europea.
Non solo. Il governo ha proposto di rimborsare le centrali a gas per i costi del sistema europeo di scambio delle emissioni, una misura che secondo gli ambientalisti incentiva ulteriormente il ricorso ai combustibili fossili.
E quest'anno il Parlamento ha persino approvato il rinvio al 2038 della chiusura definitiva delle centrali a carbone.
Nel pieno di una crisi energetica globale, l'Italia continua quindi a rallentare le rinnovabili, prorogare il carbone e difendere il gas. Poi però il governo si stupisce se bollette e costi industriali esplodono.
Il nucleare come “arma di distrazione di massa”
A complicare ulteriormente il quadro c'è il rilancio del nucleare voluto dall'esecutivo. Meloni sostiene che il problema energetico italiano possa essere affrontato riportando il nucleare nel paese, nonostante gli italiani lo abbiano bocciato due volte tramite referendum.
Molti economisti giudicano però questa strategia poco credibile. Tempi lunghissimi, costi enormi e risultati che arriverebbero forse tra vent'anni, mentre la crisi è adesso.
Ancora Giovannini ha definito il dibattito sul nucleare una possibile “arma di distrazione di massa” per evitare di parlare seriamente di eolico e solare.
Ed è difficile non notare una coincidenza: mentre il governo parla continuamente di reattori futuri, gli investimenti immediatamente disponibili sulle rinnovabili restano bloccati tra burocrazia, resistenze politiche e conflitti interni ai ministeri.
La verità che il governo non vuole ammettere
La retromarcia della maggioranza sul 5% NATO dimostra una cosa molto semplice: il governo sa perfettamente che l'Italia non ha la forza economica per sostenere contemporaneamente spese militari gigantesche e una crisi energetica permanente.
Ma invece di affrontare le cause strutturali del problema, continua a inseguire soluzioni tampone, propaganda ideologica e interessi consolidati.
La realtà è che l'Italia paga oggi il prezzo di anni di ritardi sulla transizione energetica. E mentre altri paesi europei costruivano un sistema più resiliente, Roma restava inchiodata al gas, ai fossili e alle continue emergenze.
Così ogni guerra internazionale diventa automaticamente una tassa occulta sugli italiani.
E il paradosso finale è quasi grottesco: un governo che si definisce “patriota” e “sovranista” ha lasciato il paese più dipendente che mai dall'energia importata dall'estero.


