"Io non sono stupida [questo è comunque da dimostrare, ndr], vedo quello che sta accadendo. Quello che accade, nello specifico in Italia, non ha come obiettivo alleviare la sofferenza della popolazione di Gaza, ha come obiettivo attaccare il governo italiano. Si punta a fare cosa? Si punta a bloccare l'Italia, ci saranno altri episodi di violenza, ci sarà una situazione di ordine pubblico molto complesso. Questo non porterà alcun risultato per la popolazione di Gaza o qualcuno pensa che Hamas rilascerà gli ostaggi perché l'Usb indice lo sciopero? Cerchiamo di essere seri. Quindi io so che cosa sta accadendo, lo vedo, mi pare oggettivamente irresponsabile utilizzare una questione come la sofferenza del popolo palestinese per attaccare il governo italiano, ma mi rendo conto che probabilmente l'opposizione italiana non avendo grandi materie sulle quali mobilitarsi in patria le va a cercare in Palestina. Ciò non toglie che noi continueremo a fare il nostro lavoro serio per risolvere anche la questione di Gaza con i nostri partner e con tutto quello che stiamo facendo anche senza necessariamente dichiararlo o sbandierarlo, perché è un lavoro quotidiano che va fatto nella diplomazia. Spesso, è un lavoro molto complesso, molto lungo, che ti toglie molto tempo. Chiaramente tentativi di provocazione continuano a esserci, questo non ci distoglie dal nostro lavoro".
Questo è quanto dichiarato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni a New York dopo aver appreso l'ultima dichiarazione dell'Unione Sindacale di Base che, dopo gli ultimi attacchi alla flottiglia, ha annunciato presidi permanenti in cento piazze e uno sciopero analogo a quello di lunedì per il 4 ottobre con il sostegno di Global Movement For Gaza, Movimento Studenti Palestinesi In Italia, Udap, Giovani Palestinesi In Italia, Associazione Dei Palestinesi In Italia, Comunità Palestinese In Italia:
"Dopo che Gaza è sotto assedio da due anni e continua il genocidio del popolo palestinese, questa notte è stato sferrato un nuovo pesante attacco alla Global Sumud Flotilla. Alcune imbarcazioni sono state danneggiate e la missione sta rischiando di essere compromessa. “Israele” attacca impunemente una missione umanitaria in acque internazionali, in spregio ad ogni norma e con una brutalità inaccettabile. Inoltre le imbarcazioni battevano bandiera italiana, inglese e polacca, quindi si tratta di fatto di un atto di guerra in piena regola anche nei confronti del nostro Paese. Il governo balbetta e stenta ad assumere una qualche iniziativa. Stanotte i bombardamenti sono continuati incessanti su Gaza, decine di persone sono già state massacrate all'alba di oggi, mentre il Governo coloniale sionista ha annunciato la chiusura del valico di Allenby con la Giordania, per strangolare e annettere la Cisgiordania. I nostri fratelli e le nostre sorelle che sono sulla Flotilla stanno mettendo a repentaglio la loro incolumità per rompere l'assedio e per supportare la liberazione del popolo palestinese. Noi che siamo l'equipaggio di terra dobbiamo entrare in azione contro il sionismo.Proclamiamo lo stato di agitazione permanente e l'occupazione di cento piazze per Gaza. A partire da venerdì 26 settembre creiamo accampamenti permanenti in ogni città nelle grandi piazze. A Roma piazza dei Cinquecento, da dove è partito lo sciopero generale. A Genova nei pressi del valico 3, dove sono stati raccolti gli aiuti. Ogni territorio decida la sua piazza, facciamo dell'Italia una grande piazza per la Palestina.Invitiamo tutte le realtà che hanno dato vita alle mobilitazioni di questi giorni ad unirsi in piazza, con la Palestina nel cuore, a fianco della Flotilla, per Gaza, fermiamo Israele".
Meloni fa finta di non comprendere che le piazze protestano per quanto fatto finora dal suo governo. Può raccontare tutte le storie che vuole parlando di "attacchi al governo", "provocazioni", "ordine pubblico complesso". Ma non potrà mai cancellare i numeri che dimostrano che l'Italia non è neutrale in questo massacro: è parte attiva, o quantomeno corresponsabile, tramite commesse, tecnologie e silenzi programmati.
1. Licenze record: l'industria bellica italiana va al massimo
Nel 2024 il governo italiano ha autorizzato esportazioni di materiale militare per ~ 8,69 miliardi di euro (comprendendo esportazioni e intermediazioni) — circa 7,94 miliardi di licenze per esportazioni vere e proprie. (Rete Italiana Pace e Disarmo)
Le licenze individuali sono cresciute del 35 % rispetto all'anno precedente, arrivando a 6,45 miliardi. (Rete Italiana Pace e Disarmo)
Questi numeri non sono "storielle da caffè": suggeriscono che l'Italia è con piena consapevolezza un Paese esportatore di armi.
Nel quinquennio 2020-2024 ha aumentato le sue esportazioni belliche del 138 % rispetto al quinquennio precedente, collocandosi come sesto esportatore mondiale (quota circa 4,8 %) (Spondasud)
E sì: dietro quei numeri ci sono aziende come Leonardo S.p.A. (detiene circa il 27,7 % del totale), Fincantieri, MBDA Italia e altre che occupano un ruolo centrale nel "sistema difesa italiano". (Rete Italiana Pace e Disarmo)
Questi numeri dicono: quando Meloni parla di "lavoro diplomatico silenzioso", dimentica che è dietro le quinte dell'industria bellica che si decide molto del destino dei conflitti.
2. Le esportazioni verso Israele: non sono un'eccezione, ma un fatto acclarato
Meloni e i suoi ministri insistono: "non abbiamo concesso nuove licenze da dopo il 7 ottobre 2023". Ma quel trucco retorico nasconde la realtà dei contratti preesistenti, dei componenti, delle parti e di ciò che non si dichiara apertamente.
2024: l'Italia ha esportato "armi e munizioni" verso Israele per un valore stimato di 5,2 milioni di euro. (Altreconomia)
Altre fonti parlano di 5,8 milioni di euro per la categoria "armi e munizioni" in quell'anno. (archiviodisarmo.it)
Non si tratta solo di "armi leggere": parte delle esportazioni riguarda tecnologie avanzate — radar, droni, componenti per navigazione aerea e spaziale — voci per le quali i dati resi pubblici sono spesso parziali o oscurati. (Il Fatto Quotidiano)
In particolare, è stato segnalato un caso inquietante: da Viterbo sarebbe partito materiale militare — spolette elettriche (serie ID260) e sensori di prossimità — destinato all'industria israeliana. (Altreconomia)
Non dimentichiamo la voce "componenti per aeromobili": l'M-346, ad esempio — aerei addestratori venduti ad Israele già qualche anno fa — rimane presente nelle relazioni tecniche come parte della cooperazione bilaterale, anche se il governo dichiara che non vengono usati in conflitti attivi. (alanews.it)
Quindi: non è vero che oggi nessuna armamento è inviato in Israele. Parte del problema è che molte armi già autorizzate prima del conflitto continuano ad essere consegnate. E molte tecnologie sono spostate sotto voci "non militari" o "componenti", proprio per evitare trasparenza.
3. Norme violate? Ambiguità legali, dichiarazioni e omissioni strategiche
La legge italiana che regola l'export militare è la 185/1990. Essa impone divieti in casi di conflitto armato o di gravi violazioni dei diritti umani. (italyspractice.info)
A livello internazionale, l'Italia è vincolata anche al Trattato sul commercio di armi (ATT) e alla posizione comune dell'UE 2008/944/CFSP, che richiedono valutazioni preventive sui rischi che i materiali esportati possano essere usati per crimini di guerra. (italyspractice.info)
Il punto cruciale è: Meloni e il suo governo vogliono farci credere che "non possiamo sapere come verranno usate le armi future". È una cortina fumogena: la normativa prevede che l'export sia negato se c'è consapevolezza ragionevole che le armi verrebbero usate per gravi violazioni. Non basta dichiarare la buona fede — serve rigore, trasparenza e sospensione netta. (italyspractice.info)
E qui la contraddizione esplode: Meloni sostiene di aver "sospeso nuove licenze", ma nei fatti non ha bloccato contratti già approvati, non ha chiarito pubblicamente ogni singolo flusso attivo, né ha reso trasparente la logica scelta tra "uso civile vs uso militare". Quando le associazioni chiedono visibilità, si sentono dire che è "segreto di Stato", che è "sensibile", che è "tecnologia dual use". È l'escamotage che copre la complicità.
4. Contraddizione politica: lacrime di coccodrillo e propaganda "vittimista"
Ecco dove la retorica di Meloni cede: non può accusare studenti e sindacati di "strumentalizzare Gaza" quando il governo continua a mantenere viva una filiera di fornitura utile, in molti casi, a chi sta bombardando civili.
Le piazze non chiedono gesti simbolici: chiedono atti concreti. Chiedono che l'Italia:
- sospenda tutti i contratti con Israele, compresi quelli in corso;
- blocchi ogni esportazione di componenti bellici o tecnologie con potenziale uso militare;
- renda pienamente trasparente ogni voce dell'export (anche “dual use”) con piena accessibilità ai cittadini e al Parlamento;
- porti il tema nei vertici europei e internazionali, chiedendo che l'UE intervenga con sanzioni effettive se uno Stato membro fornisce armi a genocidi in corso.
Meloni parla di "ordinato lavoro della diplomazia", come se i morti causati dalle bombe fossero effetti collaterali inevitabili. Ma la diplomazia non è un capolinea per scaricare responsabilità; è mezzo per intervenire, mediare, fermare l'aggressione. Se il governo si limita a chiacchiere mentre gli aerei d'Israele cadono su ospedali e quartieri residenziali, non è moderato: è vile... oltre che complice!
Presidente Meloni, le tue parole sembrano studiate per coprire la distruzione. Le tue accuse di "strumentalizzazione" e "attacco politico" sono una trincea retorica. Ma hai perso il controllo: le piazze parlano, i dati parlano, le bombe parlano.
Non c'è spazio per la mediocrità oratoria quando davanti a te c'è un genocidio. Se realmente credi al "lavoro diplomatico", smetti di alimentare le catene belliche italiane. Se vuoi toglierti di dosso l'accusa che stai armando indirettamente il massacro, mostra al Paese ogni numero, ogni commessa, ogni consegna. Altrimenti, le proteste sono più che giustificate, perché sono contro chi, come il tuo governo, ha scelto l'omissione, le complicità, gli affari... con uno Stato canaglia: lo Stato ebraico di Israele.


