Negli ultimi anni, il giornalismo partecipativo - noto anche come citizen journalism - ha profondamente trasformato il panorama dell’informazione, offrendo ai cittadini strumenti per raccontare eventi in tempo reale e diventare protagonisti della narrazione. Grazie a smartphone, social media e piattaforme digitali, milioni di persone condividono testimonianze, foto e video, spesso prima delle testate giornalistiche tradizionali. Questo fenomeno ha aperto nuove possibilità di democratizzazione dell’informazione, ma ha anche sollevato interrogativi importanti su qualità, accuratezza e obiettività delle notizie.
A fare il punto su questa rivoluzione e sul futuro del giornalismo partecipativo è il Dottor Gregorio Scribano, esperto in comunicazione, opinionista e social media manager, considerato uno dei padri fondatori del citizen journalism in Italia. Direttore della testata LiberalVox e cofondatore della piattaforma FreeSkipper Italia, Scribano ha dedicato la sua carriera a promuovere un’informazione più democratica, pluralista e trasparente, in cui cittadini e professionisti collaborano per raccontare storie spesso ignorate dai media mainstream.
In questa intervista, Scribano illustra vantaggi, rischi e strategie per costruire un’informazione libera, obiettiva e realmente partecipativa.
Dottor Scribano, lei è tra i primi ad aver parlato di giornalismo partecipativo in Italia. Può spiegarci come definisce questo modello e quali trasformazioni ha portato nel panorama dell’informazione?
«Per me il giornalismo partecipativo è l’evoluzione naturale del rapporto tra cittadini e media. Significa abbattere il muro tra chi produce e chi consuma informazione. Smartphone, social network e piattaforme digitali hanno permesso a milioni di persone di raccontare eventi in prima persona, spesso prima e con maggior dettaglio rispetto ai media tradizionali. Questo ha reso l’informazione più accessibile e democratica, ha aperto squarci nella narrazione ufficiale e ha dato voce a storie invisibili. Allo stesso tempo, però, ha ridotto il ruolo di intermediazione del giornalista professionista, con tutti i rischi che ne derivano in termini di qualità e attendibilità».
Uno dei punti più discussi riguarda proprio la perdita della mediazione giornalistica. Quali rischi comporta e come affrontarli?
«Il rischio è duplice. Senza il filtro professionale mancano spesso contestualizzazione e verifica delle fonti, con possibili conseguenze di confusione, fake news e narrazioni parziali. Dall’altra, il giornalismo tradizionale non può più ignorare la voce “dal basso”. La soluzione, a mio avviso, sta in un modello ibrido: il giornalista continua a essere garante della qualità e del rigore, ma collabora con i contributi dei cittadini, che diventano occhi e orecchie sul territorio».
Oggi i social e gli smartphone permettono una diffusione immediata delle notizie. Quanto ha inciso questa rapidità nel giornalismo contemporaneo?
«Ha cambiato tutto. Un tempo la notizia passava attraverso tempi redazionali e inviati; oggi un cittadino può filmare un evento e caricarlo online in pochi secondi. Questo è fondamentale soprattutto in contesti di emergenza, calamità naturali o manifestazioni improvvise. Tuttavia, la ricerca ossessiva della velocità può prevalere sulla profondità. Il ruolo del professionista resta centrale: non solo raccontare cosa è accaduto, ma spiegare perché, con quali conseguenze, e offrire chiavi di lettura utili al pubblico».
Il citizen journalism sembra avere un ruolo importante nel dare voce a comunità marginalizzate.
«Assolutamente. Penso alle periferie urbane, ai piccoli centri, ai gruppi minoritari: spesso i media mainstream non intercettano le loro storie. Il giornalismo partecipativo dà loro un megafono. In emergenze come terremoti o crisi umanitarie, i cittadini diventano i primi narratori. Questo arricchisce il panorama informativo e rafforza il senso di comunità».
Guardando al futuro, come immagina l’integrazione tra giornalismo professionale e citizen journalism?
«Immagino un futuro collaborativo. Le redazioni tradizionali dovranno aprirsi ai contenuti dei cittadini, valorizzarli, ma anche verificarli e contestualizzarli. Servono piattaforme ibride, strumenti di fact-checking condivisi, formazione diffusa per giornalisti e cittadini. L’obiettivo non è sostituire il giornalismo tradizionale, ma rafforzarlo attraverso una rete di contributi che lo renda più vicino alle persone».
La disinformazione resta una delle sfide principali. Come si contrasta in un ecosistema così frammentato?
«Con una strategia a più livelli. Primo: educazione ai media già nelle scuole, affinché i cittadini distinguano fatti da opinioni. Secondo: collaborazione con fact-checker indipendenti. Terzo: regole di moderazione chiare, trasparenti, senza censura. Infine, l’uso di tecnologie come l’intelligenza artificiale per individuare manipolazioni digitali, sempre affiancato da verifica umana».
Può esistere un'informazione al di sopra delle parti, fuori da ogni lottizzazione politica o economica? E cosa occorre mettere in campo per un’informazione libera e obiettiva?
«Un’informazione davvero neutrale è difficile, perché ogni atto comunicativo porta con sé un punto di vista. Tuttavia, si può puntare a un’informazione libera, trasparente e plurale. Occorre ridurre la dipendenza economica dai grandi gruppi editoriali, investire in editoria indipendente e sostenuta dal basso, incentivare cooperative giornalistiche e piattaforme aperte. Bisogna rafforzare tutela della libertà di stampa e delle fonti e sviluppare un’etica condivisa che metta al centro l’interesse pubblico. L’informazione obiettiva nasce non dall’assenza di punti di vista, ma dall’accesso a più voci e prospettive».
Qual è il suo consiglio ai giovani che vogliono avvicinarsi al giornalismo partecipativo?
«Siate curiosi e onesti. Non accontentatevi di riportare un fatto: contestualizzatelo, ascoltate più voci, cercate fonti affidabili. Un video, una foto o una testimonianza possono avere grande impatto, ma portano anche responsabilità. E soprattutto, non isolatevi: lavorare in comunità e condividere esperienze rende il giornalismo partecipativo più forte, più vero e più utile».


