Politica

“La vita non va in pensione”. Ma il rischio è che non ci vada più nemmeno il lavoratore!

C’è qualcosa di profondamente stonato nel nuovo manifesto della FNP CISL che campeggia in questi giorni sui muri delle città italiane. Lo slogan scelto è ambiguo: “La vita non va in pensione”. Un messaggio che, nelle intenzioni dei promotori, vorrebbe esaltare il valore dell’invecchiamento attivo, della partecipazione sociale e della vitalità che continua anche dopo la conclusione dell’attività lavorativa.

Ma osservato nel contesto attuale, quello slogan assume un significato completamente diverso. E persino inquietante.

Perché il problema che milioni di lavoratori avvertono sulla propria pelle non è se la vita continui dopo la pensione. Il vero problema è riuscire ad arrivarci, alla pensione.

Da anni il traguardo della pensione viene spostato sempre più avanti. Le riforme che si sono succedute nel tempo, dalla Dini alla Fornero, hanno modificato profondamente il sistema previdenziale, allungando la permanenza nel mondo del lavoro e riducendo, per molti, la prospettiva di un assegno adeguato. L’età pensionabile cresce, l’uscita si allontana, mentre il diritto a godere di una fase della vita libera dagli obblighi lavorativi appare sempre più incerto.

Insomma, l’uscita dal mondo lavoro, per ridurre la spesa pensionistica e tenere i conti in ordine, viene rinviata sempre di più, confidando nella ‘speranza di morte’ più che di vita, che pochi riescano a tagliare il fatidico traguardo dei 70 anni! 

Ma su questo tema, però, è calato un silenzio tombale!

La politica, il sindacato, il mainstream, sembra aver archiviato la questione. Chi aveva promesso il superamento della legge Fornero ha tradito gli impegni assunti innalzando l’età pensionabile fino a 67 anni e 6 mesi! Le opposizioni non riescono a costruire una proposta capace di accendere il dibattito pubblico. E persino il sindacato, storicamente protagonista delle grandi battaglie sociali, appare oggi meno combattivo proprio sul terreno che riguarda il futuro di milioni di lavoratori. 

È qui che il manifesto della CISL rischia di trasformarsi in un clamoroso cortocircuito comunicativo.

Perché mentre afferma che la vita continua oltre il lavoro, una parte crescente del Paese si chiede se esisterà ancora, per tutti, un tempo sufficiente da vivere dopo il lavoro.

La sensazione diffusa è che si sia consolidata una convergenza trasversale, politica e istituzionale, attorno a un obiettivo mai dichiarato apertamente: ritardare il più possibile l’uscita dal mercato del lavoro per contenere la spesa previdenziale. Una strategia che molti percepiscono come fondata non sulla speranza di vita, ma sulla speranza che sempre meno persone riescano a beneficiare a lungo della pensione maturata dopo decenni di contributi.

È una percezione dura. Forse persino brutale. Ma nasce da una realtà che non può essere ignorata.

L’Italia vive infatti uno dei paradossi più evidenti d’Europa. Da un lato salari stagnanti, precarietà diffusa, carriere discontinue e una crescente difficoltà per i giovani a costruire percorsi contributivi solidi. Dall’altro, l’innalzamento costante dell’età pensionabile e la richiesta implicita di lavorare fino a sfiorare i settant’anni. Un orizzonte che può apparire sostenibile nelle statistiche, ma che spesso si scontra con la realtà di lavori usuranti, condizioni fisiche deteriorate, aspettative di vita e stati di salute non uguali per tutti i lavoratori.

La questione previdenziale non deve riguardare soltanto i conti pubblici, ma il patto sociale tra Stato e lavoratori, un patto che tiene insieme una comunità.

Una società civile non si misura esclusivamente dalla capacità di far quadrare i bilanci. Si misura anche da come tratta chi ha contribuito per una vita intera alla sua crescita economica e al suo benessere collettivo. Difendere il diritto a una pensione equa non significa ignorare le sfide demografiche o la sostenibilità finanziaria del sistema. Significa chiedere che il costo di queste trasformazioni non venga scaricato interamente sulle spalle dei lavoratori.

Ancora più preoccupante è la rassegnazione che sembra essersi diffusa nell’opinione pubblica. Si protesta poco. Ci si mobilita raramente. Si accetta come inevitabile ciò che è invece il risultato di precise scelte politiche. Come se lavorare fino a tarda età fosse una legge della natura e non una decisione umana, quindi modificabile.

Eppure la domanda fondamentale resta lì, irrisolta.

Che idea di società vogliamo costruire? Una comunità che considera il lavoratore una semplice variabile economica da gestire, oppure un Paese che riconosce il valore umano, sociale e produttivo di una vita di lavoro?

Per questo il tema delle pensioni deve tornare al centro del confronto pubblico. Occorre riaprire il dibattito sulla flessibilità in uscita, sulla dignità degli assegni previdenziali, sulla tutela delle nuove generazioni e sulla qualità della vita negli anni successivi al lavoro.

Perché se si continua ad alzare l’asticella dell’età pensionabile, allora è vero quello che manifesta la Cisl: la vita non va in pensione!

L’Italia è il Paese UE con l’età pensionabile più alta: 67 anni e 6 mesi. 

L’Italia è il Paese UE con gli stipendi & le pensioni più bassi.

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Autore Freeskipper Italia
Categoria Politica
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