IL BANCOMAT DELLO STATO: LAVORATORI DIPENDENTI E PENSIONATI SEMPRE PIÙ POVERI, PENSIONE SEMPRE PIÙ LONTANA!
Per anni si è parlato di diritti acquisiti come di un principio fondamentale dello Stato sociale. Oggi, invece, sembra che a prevalere siano altre priorità: il profitto per i privati e il pareggio di bilancio per i governi di turno. A farne le spese sono sempre gli stessi: lavoratori dipendenti e pensionati, che continuano a rappresentare il principale bacino fiscale da cui lo Stato attinge con regolarità e certezza.
I lavoratori dipendenti e i pensionati non hanno la possibilità di sottrarsi al prelievo fiscale. Le imposte vengono trattenute alla fonte e versate integralmente. Al contrario, l'evasione e l'elusione fiscale continuano a sottrarre risorse ingenti alle casse pubbliche, alimentando una situazione in cui chi paga regolarmente le tasse finisce per sostenere un peso sempre maggiore.
Nel frattempo, il mondo del lavoro è cambiato profondamente. I salari reali hanno perso potere d'acquisto a causa dell'inflazione e della crescita insufficiente delle retribuzioni. Sempre più lavoratori arrivano alla fine del mese con difficoltà, pur avendo svolto per decenni il proprio dovere e contribuito al finanziamento del sistema previdenziale.
A questa situazione si aggiunge il continuo innalzamento dell'età pensionabile. Dai 65 anni che per lungo tempo hanno rappresentato un riferimento per il pensionamento, si è passati a requisiti sempre più elevati, collegati all'aspettativa di vita. Un meccanismo che può apparire sostenibile sul piano contabile, ma che spesso ignora la realtà concreta di milioni di lavoratori impegnati in attività usuranti o comunque gravose dal punto di vista fisico e psicologico.
La sostenibilità dei conti pubblici è certamente un obiettivo importante. Tuttavia, non può diventare l'unico parametro di valutazione delle politiche sociali. Un sistema previdenziale non dovrebbe limitarsi a garantire l'equilibrio finanziario, ma dovrebbe anche assicurare equità e dignità a chi ha lavorato e versato contributi per una vita intera.
Per questo motivo, sarebbe opportuno aprire una riflessione seria su una riforma previdenziale che riporti l'età pensionabile a 65 anni, almeno per coloro che abbiano maturato una lunga anzianità contributiva. Chi ha versato contributi per oltre 35 anni ha già dato un contributo significativo alla collettività e dovrebbe poter accedere alla pensione senza ulteriori ostacoli e penalizzazioni.
Allo stesso modo, occorrerebbe garantire che gli assegni pensionistici non subiscano una riduzione eccessiva rispetto alle ultime retribuzioni percepite. Per molti lavoratori, infatti, gli stipendi sono rimasti fermi per anni o hanno addirittura perso valore reale; una volta raggiunta la pensione, una ulteriore contrazione del reddito rischia di compromettere la qualità della vita e la stessa dignità della persona.
Particolare attenzione merita inoltre la generazione dei lavoratori più anziani. Si tratta di persone che hanno costruito la propria carriera in un'epoca caratterizzata da minori tutele organizzative e da modalità di lavoro più rigide. Molti di loro hanno potuto beneficiare dello smart working soltanto negli ultimi anni della vita lavorativa, senza godere dei vantaggi che le nuove tecnologie hanno offerto alle generazioni più giovani.
Una società che si definisce moderna e solidale non può limitarsi a chiedere sacrifici continui a chi ha sempre rispettato le regole. È necessario ristabilire un equilibrio tra sostenibilità finanziaria e giustizia sociale, riconoscendo il valore del lavoro svolto e dei contributi versati. Perché una pensione dignitosa non dovrebbe essere considerata un privilegio, ma il giusto traguardo di una vita di lavoro.
L’Italia è il Paese UE con l’età pensionabile più alta: 67 anni e 6 mesi.
L’Italia è il Paese UE con gli stipendi & le pensioni più bassi.


