Ogni volta che si parla di riforma delle pensioni, il ritornello è sempre lo stesso: aumenta la speranza di vita, quindi bisogna lavorare più a lungo. È questo il principio che, negli ultimi vent’anni, ha giustificato il progressivo innalzamento dell’età pensionabile fino agli attuali 67 anni, con la prospettiva di ulteriori aumenti legati all’aspettativa di vita.
Ma c’è una domanda che, nel dibattito pubblico, nessuno sembra avere il coraggio di porre.
Se è giusto conoscere le statistiche sulla speranza di vita, perché non vengono rese pubbliche con la stessa chiarezza quelle sulla “speranza di pensione”?
Quanti pensionati sono deceduti nel corso del 2025? Quanti lavoratori, invece, sono morti prima di riuscire a percepire anche un solo assegno previdenziale? E quale impatto economico ha avuto tutto questo sui conti dello Stato e dell’INPS?
Non è una provocazione. È una semplice richiesta di trasparenza.
Sappiamo quanti milioni di pensioni vengono erogate ogni anno. Sappiamo che centinaia di migliaia di persone muoiono annualmente, molte delle quali già in pensione. Sappiamo anche che migliaia di lavoratori perdono la vita prima di raggiungere l’età pensionabile e che molti altri arrivano ai 67 anni in condizioni fisiche tali da trasformare il lavoro in una fatica quotidiana.
Quello che non sappiamo, però, è forse il dato più importante: quanti contribuenti hanno versato contributi per quarant’anni o più senza poter beneficiare della pensione?
Non si tratta di un’informazione marginale. È un indicatore fondamentale per valutare l’equità del sistema previdenziale.
Naturalmente nessuno sostiene che lo Stato “guadagni” dalla morte dei lavoratori. Il sistema pensionistico è molto più complesso e comprende pensioni ai superstiti, reversibilità e meccanismi di solidarietà intergenerazionale. È però altrettanto vero che ogni pensione mai erogata rappresenta una prestazione che non verrà pagata. Ignorare questo aspetto significa raccontare solo una parte della realtà.
Il nodo centrale è un altro: la speranza di vita è una media statistica. E le medie, da sole, possono essere ingannevoli.
Lo spiegava con straordinaria efficacia Trilussa nella celebre metafora del “pollo”: se uno mangia un pollo intero e un altro resta a digiuno, statisticamente hanno mangiato mezzo pollo ciascuno. Ma chi è rimasto senza pranzo non può certo consolarsi con la media.
Lo stesso accade con la longevità. Dire che la speranza di vita aumenta non significa affatto che aumenti allo stesso modo per tutti. Le statistiche certificano un dato medio, ma non raccontano le profonde differenze tra professioni, condizioni sociali, stato di salute e gravosità del lavoro.
La realtà è molto meno rassicurante delle medie: decine di migliaia di lavoratori non arrivano nemmeno al traguardo della pensione. E molti di coloro che ci arrivano lo fanno con energie ormai esaurite, dopo una vita trascorsa in occupazioni usuranti.
Per questo una riforma previdenziale davvero moderna dovrebbe partire da un principio semplice: non tutti i lavori sono uguali e non tutti i lavoratori invecchiano allo stesso modo.
Chi ha compiuto 65 anni e ha maturato almeno 35 anni di contributi dovrebbe poter scegliere liberamente se andare in pensione, senza penalizzazioni economiche. Perché, a quell’età, il diritto al riposo non può dipendere esclusivamente da una media statistica.
Sarebbe inoltre auspicabile che l’INPS pubblicasse ogni anno un rapporto completo sulla cosiddetta “speranza di pensione”: quanti contribuenti raggiungono il pensionamento, quanti muoiono prima, quale sia la durata media della pensione percepita e quale incidenza abbiano questi dati sulla sostenibilità del sistema.
Solo disponendo di numeri completi il dibattito pubblico può essere realmente trasparente.
Perché la vera domanda non è soltanto quanto viviamo. La domanda è, soprattutto, quanto e come viviamo dopo una vita intera di lavoro.
Se il sistema costringe sempre più persone a raggiungere la pensione quando le forze sono ormai consumate, il rischio è che il diritto al riposo si trasformi, di fatto, in un privilegio riservato a pochi e goduto per troppo poco tempo.
Uno Stato moderno non dovrebbe misurare il successo di una riforma previdenziale soltanto dall’equilibrio dei conti pubblici, ma anche dalla qualità della vita che riesce a garantire a chi, con il proprio lavoro, quei conti ha contribuito a sostenerli per decenni.
L’Italia è il Paese UE con l’età pensionabile più alta: 67 anni e 6 mesi.
L’Italia è il Paese UE con gli stipendi & le pensioni più bassi.


