Sono tornati a Bologna accolti come si accolgono coloro che hanno visto da vicino il volto nudo della violenza politica: abbracci, commozione, bandiere palestinesi, cori, solidarietà. Ma Angela Marsano e Francesco Delli Santi non rientrano da una semplice missione interrotta. Tornano da un’azione di interdizione militare compiuta da Israel contro una flottiglia civile, fermata in mare al largo di Creta, in un episodio che apre interrogativi gravissimi sulla legalità internazionale e sul grado di impunità con cui Tel Aviv continua ad agire.
Qui non si tratta di diplomazia. Non si tratta di “incidenti”. Non si tratta di “controverse operazioni di sicurezza”, come spesso la propaganda prova a mascherare.
Si tratta di forza bruta esercitata oltre ogni limite politico e morale.
Marsano e Delli Santi raccontano di essere stati intercettati mentre si trovavano a bordo di imbarcazioni battenti bandiera italiana, in acque internazionali. Parlano di arresto, trasferimento coatto, detenzione pesante sul piano fisico e psicologico, intimidazione sistematica. Descrivono scene di uomini e donne messi in fila per essere contati, container bui, cani usati come minaccia, ore di totale incertezza sul proprio destino. Il loro racconto è netto, privo di esitazioni, attraversato da una parola che pesa come un macigno: rapimento.
E ciò che riferiscono sui loro compagni trattenuti — Saif Abu Keshek e Thiago Avila — è ancora più allarmante.
Secondo quanto denunciato dai legali di Adalah, i due sono tenuti in isolamento, esposti in modo continuativo a luci ad alta intensità per provocare privazione del sonno e disorientamento sensoriale, bendati durante ogni spostamento, persino nelle visite mediche. Avila ha inoltre riferito minacce esplicite di morte o di detenzione lunghissima. Sono accuse di una gravità estrema. E non arrivano da slogan di piazza, ma da un’organizzazione legale che ha raccolto testimonianze dirette.
Significativo l’intervento delle Nazioni Unite, che ha chiesto l’immediata liberazione dei due attivisti, denunciando la detenzione arbitraria e contestando il ricorso a norme antiterrorismo vaghe e incompatibili con il diritto internazionale dei diritti umani.
Questo è il punto politico centrale: quando persino l’Onu parla apertamente di arbitrarietà, quando chiede indagini sui maltrattamenti denunciati, quando ricorda che portare aiuti umanitari non è un crimine, cade la cortina di ambiguità dietro cui troppe cancellerie occidentali si rifugiano.
Israele continua a comportarsi come una potenza convinta di non dover rispondere a nessuno. Colpisce, sequestra, blocca, isola, bombarda, e pretende che tutto venga automaticamente rubricato sotto la parola “sicurezza”, come se quel termine bastasse a cancellare ogni norma, ogni confine giuridico, ogni principio di umanità.
Ma la sicurezza non è una licenza d’impunità.
Uno Stato che ignora sistematicamente richiami internazionali, che viene accusato di violazioni ripetute del diritto umanitario, che tratta missioni civili come minacce militari, non sta difendendo il diritto: sta imponendo la supremazia della forza sul diritto.
E l’Europa? Balbetta. Esita. Misura le parole con vigliaccheria diplomatica. Indigna selettivamente. Invoca legalità solo quando il colpevole è politicamente comodo da condannare.
La vicenda della Global Sumud Flotilla non è periferica. È simbolica. Dice una cosa semplice e brutale: nel Mediterraneo, davanti a Israele, il diritto internazionale è sempre più carta straccia.
E quando la legge tace davanti all’arbitrio, non resta ordine: resta soltanto abuso rivestito di potere.


