Detenzioni prorogate, accuse gravissime senza processo e un blitz in acque internazionali: se il diritto vale solo contro i nemici dell’Occidente, allora non è diritto, ma arbitrio geopolitico.

C’è un punto oltre il quale la ragion di Stato smette di essere una giustificazione e diventa abuso di potere. Il caso di Thiago Avila e Saif Abu Keshek — i due attivisti stranieri sequestrati dopo l’intercettazione della Flotilla diretta verso Gaza, un evidente atto di pirateria — segna esattamente quel confine.

Israele ha ottenuto da un tribunale l’ennesima proroga della loro detenzione, rinviando ancora il momento di un confronto processuale vero, limpido, fondato su prove verificabili e sul pieno rispetto delle garanzie difensive. È un meccanismo noto: estendere la custodia, accumulare accuse, costruire un clima di colpevolezza preventiva.

Nel frattempo, secondo quanto denunciato dai loro legali e dall’organizzazione Adalah, i due sarebbero sottoposti a isolamento, luce costante nelle celle, bendature durante gli spostamenti, condizioni fisiche estreme e pressioni psicologiche. Accuse che, se confermate, configurerebbero un trattamento incompatibile con qualunque standard democratico... da sommarsi al sequestro di persona!!!

Il nodo, però, è ancora più profondo.

L’operazione israeliana non è avvenuta in acque israeliane. Le imbarcazioni della Flotilla sono state intercettate al largo di Creta, a centinaia di miglia nautiche da Israele, in acque internazionali. Questo significa che la questione non riguarda soltanto la sicurezza israeliana — formula che Tel Aviv abusa da decine di anni a giustificazione dei propri crimini — ma il rispetto del diritto del mare, della sovranità degli Stati di bandiera e dei limiti che il diritto internazionale impone anche a una potenza militare.

Poiché un’unità battente bandiera italiana è stata abbordata in un’area SAR greca, il silenzio europeo diventa ancor più assordante. Perché qui non è in discussione solo la sorte di due attivisti: è in discussione la credibilità stessa dell’Europa come soggetto politico e giuridico.

La domanda è brutale, ma necessaria: cosa avremmo letto sui giornali, quali sanzioni avremmo visto, quale indignazione avremmo ascoltato se fosse stata la Russia a intercettare in acque internazionali una nave civile diretta verso un territorio assediato, prelevando cittadini stranieri, trattenendoli senza processo immediato e respingendo accuse di maltrattamenti? La risposta è ovvia: avremmo parlato di pirateria di Stato, di sequestro illegittimo, di violazione intollerabile del diritto internazionale.

Quando invece a farlo è Israele, tutto si fa improvvisamente sfumato: “contesto complesso”, “necessità di sicurezza”, “verifiche in corso”. È il lessico ipocrita del doppio standard.

Ed è proprio questo doppio standard a corrodere l’ordine internazionale più di qualsiasi conflitto regionale. Perché un principio applicato a convenienza non è un principio: è propaganda travestita da morale.

L’Italia e l’Unione Europea hanno il dovere politico — prima ancora che diplomatico — di pretendere chiarezza giuridica sull’operazione, tutela consolare piena per i fermati, accesso indipendente alle loro condizioni di detenzione e, soprattutto, una richiesta formale di immediata liberazione... per una ragione infinitamente semplice nessuno Stato può considerarsi al di sopra delle regole comuni.

Se il diritto internazionale vale solo per gli avversari dell’Occidente, allora abbiamo già smesso di credere nel diritto. E abbiamo semplicemente scelto la legge del più forte, accettando definitivamente che le regole che hanno .