Quando una missione umanitaria viene liquidata come propaganda dalla seconda carica dello Stato, il problema non è la visibilità cercata dagli attivisti, ma l’indifferenza di chi dovrebbe interrogarsi sul diritto, sulla dignità e sul ruolo delle istituzioni.
Ci sono dichiarazioni che non dividono soltanto l’opinione pubblica: la impoveriscono. Quando una missione civile diretta verso Gaza viene descritta come “propaganda a basso rischio e alto ritorno mediatico”, e il possibile arresto dei suoi partecipanti viene ridotto a un’occasione utile per “gridare alla tortura”, non siamo di fronte a una semplice polemica politica. Siamo davanti a un cortocircuito morale e istituzionale.
Liquidare attivisti, operatori umanitari e volontari come cercatori di notorietà significa ignorare deliberatamente il contesto in cui queste iniziative nascono: anni di assedio, una crisi umanitaria sotto gli occhi del mondo, un conflitto che ha posto interrogativi enormi sul rispetto del diritto internazionale, sul limite dell’uso della forza e sul silenzio — spesso imbarazzato — delle democrazie occidentali.
La questione centrale non è se queste missioni producano immagini, titoli, attenzione mediatica. È evidente che lo facciano. La vera domanda è: a cosa serve quella visibilità?
Serve a rompere l’assuefazione. Serve a riportare al centro del dibattito ciò che troppo spesso viene confinato nelle note a margine. Serve a costringere governi, istituzioni e opinioni pubbliche a guardare ciò che preferirebbero osservare da lontano, attraverso filtri diplomatici o letture convenzionali.
Perché la visibilità, in politica, è pressione. E la pressione, nella storia, è spesso l’unico linguaggio che il potere comprende.
Il punto più grave, tuttavia, è un altro: il tono di scherno con cui viene trattata una mobilitazione civile. In un tempo in cui si invocano sicurezza, valori occidentali e difesa della libertà, colpisce vedere quanto poco rispetto venga riservato a chi agisce — condivisibilmente o meno — in nome di principi umanitari, disarmato, esponendosi in prima persona.
Uno Stato serio non deride. Valuta, ascolta, verifica, risponde.
Non banalizza un SOS in mare.
Non trasforma il dissenso in caricatura.
Non confonde la critica politica con delegittimazione personale.
E soprattutto non può permettersi una memoria selettiva: dimenticare episodi di tensione internazionale, ignorare le conseguenze geopolitiche delle alleanze militari, evitare qualsiasi riflessione sul prezzo politico, economico e morale di determinate scelte significa rinunciare alla complessità in favore della propaganda.
Nel frattempo, il Paese reale affronta questioni che attendono risposte: salari compressi, sanità pubblica sotto pressione, scuola in affanno, welfare che arretra, lavoro sempre più fragile, crescita che rallenta. Eppure, una parte del dibattito pubblico sembra preferire bersagli simbolici, polemiche identitarie, semplificazioni utili a occupare spazio mediatico ma incapaci di produrre visione.
La forza di una democrazia non si misura da quanto rapidamente liquida le voci scomode. Si misura dalla capacità di ascoltarle senza paura.
Perché ciò che davvero inquieta il potere, spesso, non è una barca, non è una protesta, non è uno striscione.
È l’idea che cittadini comuni possano vedere con i propri occhi, farsi domande, pretendere chiarezza e sottrarsi alle narrazioni prefabbricate.
Ed è proprio lì che si gioca la partita decisiva: non sul mare, ma nella coscienza pubblica.
La risposta della Global Sumud Flotilla al presidente del Senato, Ignazio Benito La Russa:Ignazio La Russa: “La Flotilla è una forma di propaganda a basso rischio e alto ritorno mediatico. Essere fermati è il massimo a cui possono aspirare: se hanno la fortuna di essere fermati dagli israeliani, possono poi gridare alla tortura.”Leggendo questa dichiarazione ci viene da pensare che Ignazio La Russa non abbia ascoltato le testimonianze dal carcere di Ashdod del nostro equipaggio nel 2025. E non ha nemmeno aperto i social né i giornali negli ultimi giorni. Non ha idea di chi siano né gli attivisti Saif Abukeshek e Thiago Avila né i prigionieri politici palestinesi, ma del resto in Italia quando si parla di Palestina, c’è il bavaglio della propaganda filo-israeliana.
Ci vuol far credere che gli è sfuggito quanto accaduto in Libano, quando un convoglio militare italiano è stato colpito proprio da quelli che oggi definisce alleati preziosi, anche con materiale bellico che gli abbiamo verosimilmente o fornito o non abbiamo bloccato nelle nostre acque e nei nostri cieli.
Non ci auguriamo nulla. Invitiamo invece a chiedere scusa e a vergognarsi, considerando il ruolo che ricopre come seconda carica dello Stato.
Perché al danno si aggiunge la beffa: vedere le istituzioni che invece di rispondere ad un sos in mare durato sei ore, derideridono una missione umanitaria, trattandola come un gruppo di “terroristi in vacanza” in cerca di visibilità.
La domanda a cui vogliamo rispondere è una sola: a cosa serve questa visibilità?
Serve a fare pressione politica. Serve a delegittimare una narrazione dominante di regime che acquista contenuti da influencer e ha speso in propaganda 730 milioni solo nel 2026. Serve a fare controinformazione dove vengono sistematicamente silenziate con la morte le voci della stampa palestinese — in Israele e in Italia, oggi 56esimo paese per libertà di stampa.
È questo che fa paura a chi manda avanti quella macchina. Che le persone vedano, ascoltino, capiscano. Che l’orrore sionista smetta di essere lontano e diventi qualcosa di concreto, quasi sotto casa.
E mentre si continua a gridare alla “sostituzione etnica”, forse una vera carica dello Stato dovrebbe interrogarsi su altro: sull’alleanza con chi agisce senza riconoscere confini né diritto internazionale, sul fatto che si possano sequestrare persone così vicino a noi, e che la prossima volta potrebbe accadere in una delle nostre città. Dovremmo preoccuparci dell’economia che cede, del welfare che arretra, delle condizioni di lavoro, della sanità che fatica a reggere, dello stato dell’istruzione pubblica che sarà in sciopero il 7 maggio.
E invece fa più paura un gruppo di persone armate di ideali e umanità su barche a vela che prova a rompere un blocco navale illegale. O forse fa paura qualcosa di ancora più semplice: che il mondo inizi davvero a vedere il nemico. A vedere e sapere la verità, su chi è davvero Israele e fin dove permea, come arriva nelle parole di chi dovrebbe occuparsi dei problemi di un popolo e invece costruisce confini e erge muri a difesa degli interessi delle élite, le uniche che rappresenta.


