Mentre il governo Meloni si racconta come baluardo di “serietà” e “responsabilità”, i numeri ufficiali della Banca d’Italia inchiodano l’esecutivo alla realtà: il debito pubblico italiano continua a salire, mese dopo mese, senza interruzioni e senza alibi. Non è un’opinione politica, è aritmetica di Stato. E l’aritmetica, a differenza della propaganda, non mente.
Alla fine del 2024 il debito delle Amministrazioni pubbliche era già arrivato a circa 2.967 miliardi di euro. Nel corso del 2025 la traiettoria non solo non si è invertita, ma si è aggravata: a ottobre il debito ha superato quota 3.130 miliardi, segnando uno dei livelli più alti di sempre . Altro che rigore. Altro che “conti sotto controllo”.
Il governo ama attribuire ogni colpa al passato, come se l’aumento fosse un’eredità automatica e inevitabile. Ma i dati mostrano che l’incremento prosegue sotto la piena responsabilità dell’attuale maggioranza, in un contesto in cui si moltiplicano bonus spot, misure elettorali e promesse senza copertura strutturale. Si spende oggi per raccattare consenso, rinviando il conto a domani. Un domani che, puntualmente, arriva.
Ancora più grave è la composizione del debito. Cresce la quota detenuta da investitori non residenti, mentre il fabbisogno continua a essere finanziato con nuovo indebitamento invece che con una strategia credibile di crescita e riduzione del peso del debito sul PIL. Questo significa maggiore esposizione ai mercati e minore autonomia, esattamente l’opposto di quella “sovranità” sbandierata in campagna elettorale.
Il paradosso è evidente: un governo che si proclama prudente, che accusa di “allarmismo” chiunque osi criticare, sta portando il Paese oltre la soglia simbolica dei 3.100 miliardi di debito senza uno straccio di piano di rientro credibile. Nessuna riforma strutturale incisiva, nessun intervento serio su evasione, produttività e crescita. Solo slogan, comizi e scaricabarile.
Il debito pubblico non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori. È una tassa differita sulle generazioni future, è meno spazio per sanità, istruzione e investimenti, è maggiore vulnerabilità in caso di shock economici. Fingere che il problema non esista, o minimizzarlo con toni trionfalistici, è irresponsabile.
I numeri della Banca d’Italia parlano chiaro: sotto il governo Meloni il debito non si ferma, accelera. E quando finirà la musica, a pagare non saranno i ministri né i comunicatori di Palazzo Chigi, ma i cittadini. Tutti.


