Nel nuovo singolo firmato LeFragole, la spiritualità incontra il dubbio e l’ironia si insinua nel cuore della crisi. Tra arrangiamenti rétro e un lirismo narrativo, la canzone diventa una riflessione collettiva sulla solitudine contemporanea e sulla voglia di scegliere finalmente un percorso personale.

 

Quando hai scritto "La (di)retta via", avevi già in mente il messaggio da comunicare o è nato durante la scrittura?

Assolutamente! Avevo già in mente che questo brano dovesse catturare proprio quella sensazione di un'emozione così forte da non poter essere imbrigliata in regole o comportamenti imposti. Era un sentimento già presente nel 'romanzo' di LXI, e la musica, arrivando per prima, è stata come trovare il tassello mancante per far proseguire la narrazione, per dare voce a quella parte della storia che ancora non aveva trovato le parole giuste.

Come hai vissuto il confronto tra la tua esperienza personale e il bisogno di renderla universale per chi ascolta?

È vero, scrivere una canzone è un po' come aprire una diga. Le tue emozioni più nascoste, le parti più profonde di te, vengono fuori quasi senza che tu possa controllarle del tutto. Per quanto uno cerchi di schermarsi, alla fine la canzone rivela molto più di quanto avresti immaginato. A quel punto, la magia è che quella che era una tua intimità diventa qualcosa di universale, si adatta all'ascoltatore in un modo inaspettato.

Credo che sia proprio questa la poesia della canzone: la capacità di risuonare con qualcosa di profondo che c'è in ognuno di noi, anche in chi ascolta e non compone. È un ponte che si crea tra le persone, un linguaggio intimo che diventa collettivo perché, in fondo, ci riconosciamo in quelle emozioni. Certo, scrivere è una grande responsabilità, ma saper ascoltare una canzone con la stessa apertura lo è altrettanto. Per quanto mi riguarda, ho sempre navigato nelle mie profondità quando scrivo, quindi parlare di qualcosa di intimo non è una novità, ma resta sempre un bel viaggio.

Il concept album "LXI" sembra molto articolato. Come si inserisce questo brano nel suo contesto più ampio?

Siamo nella fase del racconto in cui il protagonista o la protagonista Andrea è alla ricerca di una soluzione per uscire da una sensazione di perdizione e soffocamento. Questo brano arriva quando è già stato descritto in malessere ed è prima di tutta una serie di scoperte e rivoluzioni

Il prete è incapace di aiutare, ma riesce comunque a generare una riflessione. È un invito a guardare oltre l'apparenza?

Credo che le risposte vere arrivino dal confronto con noi stessi, da quella chiacchierata interiore. Però, spesso, la scintilla per iniziare questo dialogo arriva proprio dall'incontro con qualcun altro, dal raccontarci, dallo scambiare pensieri. È come se avessimo bisogno di uno specchio esterno per vedere meglio dentro.

E poi c'è quella dinamica sottile con noi stessi. Siamo istintivamente legati a noi, certo, ma amare veramente se stessi è un passo in più, un apprendimento. Quando si impara ad amarsi, anche le situazioni meno piacevoli possono trasformarsi in un'occasione per andare più a fondo, per non fermarsi alla superficie delle cose.

Che ruolo ha l'identità di genere e la fluidità nella narrazione musicale che stai costruendo?
Il cercare di non usare un genere nel racconto e quindi per tutte le 32 canzoni è stata una sfida importantissima ed ha a che fare con l’elemento fluido che volevo mettere dentro la narrazione per renderla più universale, per togliere a tutti la maschera e per far sentire tutti compresi e da accogliere indistintamente.

Guardando al futuro, che tipo di evoluzione artistica immagini per LeFragole nei prossimi anni?
Sì, 'LeFragole' è un cantiere sempre aperto, in continua evoluzione, proprio come la vita. È inevitabilmente intrecciato al mio percorso personale, alla mia biografia. Quello che cerco costantemente è di rendere la mia musica capace di 'perforare' l'anima di chi ascolta. So che, in questo rumore di fondo costante, dedicare un ascolto profondo alla musica è uno sforzo sempre maggiore. Ecco perché la mia piccola alchimia sarebbe quella di riuscire a raggiungere le profondità degli ascoltatori con una certa naturalezza, senza troppi giri di parole o di suoni.

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