Dietro Culto dei Culti di Alessio Isam Hamdan non c’è solo un libro, ma un’associazione religiosa non profit con sede a Reggio Emilia e un brand filantropico, XBrandXXX, pensato per reinvestire metà degli utili aziendali in progetti concreti. L’autore racconta obiettivi, numeri e ambizioni di un progetto nato quasi per caso.

Il progetto doveva partire da una piattaforma web per l’associazione, ma quei piani sono cambiati all’improvviso e il libro è arrivato come piano B. Cosa è successo esattamente, e perché alla fine la scrittura si è rivelata la strada più veloce ed economica per non perdere tutto il lavoro fatto fino a quel momento?

L’idea iniziale non era partire da un libro. In origine il progetto aveva una struttura diversa: prima l’imprenditoria, poi il non profit. XBrandXXX esisteva già prima dell’associazione e nasceva con un’idea molto precisa: integrare la beneficenza direttamente nell’organizzazione economica, invece di trattarla come qualcosa che arriva solo dopo il profitto. In parallelo stavo lavorando a Smack, un progetto imprenditoriale che nelle intenzioni avrebbe dovuto generare le risorse necessarie per finanziare con maggiore stabilità anche l’associazione: un’app di incontri inclusiva. Per circa un anno ho concentrato gran parte del mio tempo e delle mie energie su quella direzione. Mi ero affidato a percorsi di supporto, incubazione e accelerazione per startup e, seguendo consigli che all’epoca ritenevo autorevoli, ho impostato parte del lavoro con fornitori che successivamente si sono rivelati molto diversi dalle aspettative iniziali. Alcune verifiche fatte dopo mi hanno portato a perdere fiducia nell’impianto costruito e ho capito che, per continuare con serenità, avrei dovuto ripartire quasi da zero. Nel frattempo è arrivato anche un problema economico importante: una parte del budget familiare che avrebbe dovuto permettermi di rilanciare il progetto non è più stata disponibile a causa di una vicenda che ci ha colpiti direttamente. A quel punto ho preso una decisione: invece di fermarmi, ho spostato il baricentro sull’associazione, perché richiedeva uno sforzo iniziale molto più sostenibile. Con le risorse rimaste sono riuscito a fondarla e il nuovo piano prevedeva di costruire un sito essenziale, acquistare gli strumenti necessari e avviare una campagna di divulgazione. L’obiettivo non era creare una struttura perfetta fin da subito, ma compiere il primo passo concreto: iniziare a far conoscere il progetto, raccogliere adesioni, quote associative e partecipazione da parte di volontari. In parallelo era prevista una campagna di email marketing rivolta a divulgatori e persone potenzialmente interessate, con l’idea di non dover costruire tutto da solo e accelerare la crescita dell’intero ecosistema. Avevo trovato una soluzione che mi sembrava sostenibile anche economicamente: il lavoro tecnico sarebbe stato compensato in una fase successiva, così da concentrare il budget sugli strumenti, sul dominio e sulla fase iniziale di diffusione. Purtroppo anche questo piano si è interrotto. Quando il progetto era ormai vicino alla fase di lancio, le condizioni concordate inizialmente sono cambiate e mi è stata richiesta una cifra che in quel momento non ero in grado di sostenere. Quello che doveva essere il progetto di rilancio è diventato un ulteriore ostacolo e il lavoro svolto non era più utilizzabile senza ripartire quasi completamente da capo. A quel punto avevo davanti una scelta: aspettare ancora oppure salvare il lavoro già fatto trasformandolo in qualcosa di immediatamente pubblicabile. Ho scelto la seconda. Il libro è nato così: non come piano A, ma come il modo più veloce, economico e realistico per non perdere anni di riflessioni, appunti e progettazione. È diventato il primo tassello pubblico di un ecosistema che nella mia testa esisteva già da tempo. Oggi il tentativo è questo: usare idee, contenuti e comunità per generare le risorse necessarie a costruire il resto.


Il libro è descritto come il primo motore economico di un’associazione religiosa non profit con sede a Reggio Emilia, e in parallelo esiste anche XBrandXXX, un brand che promette di donare fino al cinquanta per cento degli utili netti delle aziende che vi aderiscono. Come pensi di garantire che questo modello resti davvero verificabile nel tempo, e non solo una promessa sulla carta?

L’idea di fondo è quella di creare un brand ad ombrello che provi a rendere la beneficenza parte della struttura economica delle aziende, invece di lasciarla alla sola buona volontà del momento. XBrandXXX nasce proprio con questo obiettivo: chi aderisce dovrebbe impegnarsi attraverso un accordo legale a destinare una quota dell’utile netto a finalità collettive. L’idea attuale è prevedere una donazione fino al cinquanta per cento dell’utile netto, con una soglia minima orientativa del diciotto per cento, lasciando però una certa flessibilità temporale, annuale, biennale o triennale. Questo perché non voglio creare un sistema che spinga le aziende verso scelte poco sostenibili. Se in una fase iniziale ha più senso economico reinvestire per crescere, assumere persone o consolidarsi, il modello dovrebbe consentire di posticipare la donazione entro limiti definiti. L’obiettivo non è massimizzare la beneficenza nel breve periodo, ma creare il maggiore impatto possibile nel lungo periodo. L’idea è che una donazione rinviata abbia senso solo se si dimostra che quel capitale, investito nell’attività stessa o in altre realtà che adottano lo stesso sistema economico, possa generare un impatto maggiore negli anni successivi. All’inizio immagino che aderiranno soprattutto le mie iniziative imprenditoriali. 
È normale: la fiducia non si pretende, si costruisce. Per questo il punto centrale sarà la verificabilità. La mia intenzione è pubblicare dati economici, risultati e flussi destinati ai progetti in modo pubblico e consultabile. 
Chi aderirà dovrà accettare lo stesso principio di trasparenza. Dal punto di vista giuridico non ho la pretesa di avere già il modello perfetto: serviranno avvocati e professionisti per costruire uno strumento serio, sostenibile e realmente applicabile. Per quanto riguarda me, però, il principio è già deciso: voglio che questo impegno resti strutturale per tutta la vita delle attività che costruirò. Non vedo XBrandXXX come una campagna temporanea, ma come una scelta imprenditoriale e personale di lungo periodo. L’obiettivo finale non è creare singole aziende che donano, ma un ecosistema di realtà che cooperano e generano un fondo comune capace di finanziare progetti collettivi sempre più ambiziosi. Cinquanta punti che attraversano fisica, religione, genitorialità, intelligenza artificiale ed economia sono un’ambizione enorme, e nello stesso libro affronti tu stesso l’obiezione che un progetto così multidisciplinare rischi di risultare incoerente. Personalmente trovo che alcuni punti reggano meglio di altri sul piano logico: c’è un punto che, rileggendolo oggi, senti più fragile degli altri e su cui accetteresti più facilmente un confronto critico? Probabilmente il punto che oggi considero più esposto al confronto critico è il numero 37, quello sulla malattia. Lo sapevo mentre lo scrivevo e per questo è uno dei punti che ho riscritto più volte. Il tema è delicato perché basta spostare una frase di pochi centimetri per passare da una riflessione esistenziale a una forma di colpevolizzazione che non condivido. L’intenzione di quel capitolo non è mai stata dire che chi si ammala merita di ammalarsi, né che esista una formula morale che spieghi automaticamente la sofferenza.


Nel testo provo invece ad attraversare diverse letture che l’essere umano ha dato alla malattia nel corso della storia: giustizia divina, karma, casualità, ingiustizia cosmica, responsabilità personale, limiti biologici. Porto anche esempi estremi proprio per mettere in crisi il lettore: se si ammala una persona che ha causato sofferenza ad altri, come interpretiamo quell’evento? Punizione? Caso? Se invece si ammala una persona profondamente buona, cosa resta delle nostre teorie?

Il punto non cerca di chiudere la domanda. Cerca di costringerci a guardarla. C’è però un’altra idea che per me è centrale e che rischia di essere fraintesa se letta troppo velocemente. Nel libro provo a mettere in discussione l’idea che la semplice onestà, intesa come non rubare, non fare del male o rispettare il minimo indispensabile per convivere, sia automaticamente il livello più alto a cui possiamo aspirare. L’invito è a fare un passo in più: passare dall’onestà alla generosità. Generosità materiale, quando possiamo aiutare concretamente qualcuno. Generosità spirituale, attraverso il tempo dedicato agli altri, la pazienza, l’ascolto, l’impegno nel lasciare le persone e il mondo un po’ migliori di come li abbiamo trovati. Per questo il punto invita all’esame di coscienza, ma non alla colpa. Anche quando la vita ci colpisce senza colpa possiamo comunque fermarci e chiederci: sto semplicemente evitando il male oppure sto costruendo attivamente qualcosa di buono? Se un giorno trovassi una formulazione più chiara o più umana per esprimere questo concetto, sarei disposto a cambiarla. Non considero il libro intoccabile. Considero intoccabile soltanto l’intenzione con cui è stato scritto: cercare di aiutare le persone a crescere senza umiliarle.


Parli di un obiettivo concreto di cinquantamila copie vendute, distribuite su undici lingue in una prima fase e fino a quarantacinque in una fase successiva. Da dove nasce questa strategia così precisa, e quanto di questo piano dipende da te e quanto invece da fattori che non puoi controllare?

L’obiettivo delle cinquantamila copie nasce da un ragionamento più che da un numero simbolico. Se divido quell’obiettivo sulle undici lingue iniziali, il traguardo diventa molto più realistico. Inoltre, essere presenti contemporaneamente in più mercati aumenta le probabilità che il progetto trovi terreno fertile almeno in uno di essi. Se un mercato dovesse rispondere particolarmente bene, potrebbe trascinare anche gli altri. C’è poi un altro aspetto. Un autore che pubblica in molte lingue trasmette una maggiore credibilità internazionale e rende il progetto più accessibile a persone con culture diverse. Oggi l'intelligenza artificiale permette di ottenere traduzioni di qualità molto elevata, ma ritengo comunque indispensabile una revisione umana finale. Per questo il piano è partire dalla promozione dell'edizione italiana e utilizzare le prime entrate per finanziare il controllo professionale delle traduzioni nelle altre lingue. Le undici lingue rappresentano il massimo sforzo che, realisticamente, pensavo di poter sostenere nella fase iniziale. Ho preferito pormi un obiettivo ambizioso fin dall'inizio piuttosto che limitarmi a una diffusione esclusivamente nazionale. Le quarantacinque lingue, invece, rappresentano il traguardo finale perché corrispondono al numero massimo di lingue supportate dalla piattaforma di pubblicazione che utilizzo. Naturalmente sono consapevole che i piani, soprattutto quelli ambiziosi, raramente si realizzano esattamente come vengono immaginati. Per questo cerco di concentrarmi soprattutto su ciò che dipende da me: migliorare continuamente il libro, cercare interviste, articoli, occasioni di divulgazione e, in questo periodo, lavorare anche come dipendente per aumentare il budget da reinvestire nel progetto. Poi esiste tutto ciò che non posso controllare: il passaparola, l'interesse del pubblico, il momento storico, la fortuna e le opportunità che possono nascere lungo il percorso. Se tra cinque anni avessi venduto diecimila copie probabilmente non sarei pienamente soddisfatto, soprattutto considerando l'impegno che sto mettendo per accelerare la crescita del progetto. Allo stesso tempo, però, so che non esiste una bacchetta magica. Il risultato finale sarà sempre il prodotto di molti fattori diversi: il mio lavoro quotidiano, la qualità del progetto, le persone che decideranno di sostenerlo e anche una componente di imprevedibilità che accompagna qualsiasi iniziativa di questo tipo.


Annunci anche una futura sede che vorresti diventasse un luogo di culto polifunzionale, aperto alla preghiera condivisa tra fedi diverse. Cosa significherebbe per te, concretamente, il giorno in cui quella sede aprirà davvero le porte? 

Per me sarebbe un momento straordinario, perché significherebbe aver aperto una sede, perché rappresenterebbe qualcosa che oggi si vede molto raramente: persone di fedi diverse che scelgono di condividere uno stesso luogo nel rispetto reciproco. Mi piacerebbe che diventasse un luogo di culto polifunzionale, dove cristiani, musulmani, ebrei, buddisti, induisti, atei e chiunque altro possa sentirsi accolto senza rinunciare alla propria identità. Non per cancellare le differenze, ma per imparare a dialogare partendo da ciò che ci unisce. Credo che un progetto del genere possa diventare realtà solo con una partecipazione ampia e con la disponibilità di altre comunità religiose e culturali a costruire un dialogo sincero. Se alcuni principi del libro venissero riconosciuti come una buona base comune per confrontarsi, sarebbe un enorme risultato. Sono anche molto realista. Da solo posso scrivere un libro, tradurlo e continuare a divulgarne i contenuti. Ma un progetto di questa portata non può essere costruito da una sola persona. Insieme, invece, si può creare qualcosa di molto più grande. È questo il senso dell'associazione e di tutti gli altri progetti che sto portando avanti: mettere insieme persone che desiderano lasciare il mondo un po' migliore di come lo hanno trovato. In fondo, questa è la mia vocazione. Voglio aiutare il prossimo nei limiti delle mie possibilità, ma cercando ogni giorno di allargare quei limiti insieme agli altri.

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