Per anni la politica ha promesso di mettere mano alla Legge Fornero. Durante le campagne elettorali si sono sprecate le dichiarazioni sulla necessità di restituire ai lavoratori il diritto di andare in pensione prima, correggendo una riforma giudicata da molti troppo severa. Poi, però, una volta arrivati al governo, quelle promesse sono rimaste tali.

Oggi l'età pensionabile è fissata a 67 anni ed è destinata ad aumentare con l'allungamento della speranza di vita. Se non interverranno modifiche, dal 2029 si potrà lasciare il lavoro solo a 67 anni e 6 mesi. Un risultato ben lontano dagli annunci fatti agli elettori.

Parallelamente, da anni viene ripetuta un'altra tesi: senza l'immigrazione il sistema pensionistico italiano non reggerebbe. Gli italiani fanno pochi figli, la popolazione invecchia, i lavoratori diminuiscono e, di conseguenza, sarebbero proprio gli immigrati a garantire le risorse necessarie per pagare le pensioni future.

È davvero così?

Nessuno mette in dubbio che milioni di stranieri regolarmente residenti lavorino, paghino le tasse e contribuiscano alla crescita economica del Paese. Sarebbe scorretto negarlo. Il punto, però, è un altro: quel contributo è sufficiente a coprire il costo complessivo dei servizi pubblici di cui beneficia l'intera popolazione immigrata?

I dati richiamati dalla Fondazione Leone Moressa indicano che i contribuenti nati all'estero versano circa 12,6 miliardi di euro di Irpef, pari al 6,4% del gettito complessivo nazionale. Una cifra importante, che però va letta nel suo contesto.

Gli stranieri contribuenti sono infatti circa cinque milioni e mezzo, oltre il 12% del totale. Eppure il loro contributo fiscale è proporzionalmente molto inferiore al loro peso numerico. La spiegazione è semplice: percepiscono, mediamente, redditi più bassi rispetto ai lavoratori italiani.

Un contribuente nato all'estero dichiara in media circa 17.700 euro l'anno, mentre uno nato in Italia supera i 26.900 euro. Inoltre, quasi quattro immigrati su dieci dichiarano meno di 10.000 euro annui e un altro 40% si colloca nella fascia compresa tra 10.000 e 25.000 euro. Redditi che inevitabilmente producono un gettito fiscale limitato.

Quei 12,6 miliardi, tuttavia, non sono destinati esclusivamente alle pensioni. Servono a finanziare l'intero sistema pubblico: sanità, scuola, assistenza sociale, sicurezza, giustizia, amministrazione, edilizia popolare, accoglienza e tutte le altre funzioni dello Stato.

Ed è proprio qui che, secondo questa lettura, la narrazione delle "pensioni pagate dagli immigrati" mostra i suoi limiti.

La sola sanità pubblica italiana assorbe circa 140 miliardi di euro ogni anno. Attribuendo alla popolazione straniera una quota proporzionale alla sua presenza sul territorio, la spesa sanitaria riconducibile agli immigrati arriverebbe già a superare il gettito Irpef da loro versato. A questo andrebbero aggiunti i costi della scuola, dell'assistenza sociale, delle politiche abitative, della sicurezza e degli altri servizi pubblici.

Sommando queste voci, alcune stime parlano di una spesa complessiva compresa tra 30 e 45 miliardi di euro. Se tali valutazioni fossero corrette, il saldo tra entrate fiscali e costi sostenuti dallo Stato risulterebbe negativo.

Anche un altro dato contribuisce ad alimentare il dibattito: oltre il 30% delle famiglie immigrate si trova nelle fasce economicamente più fragili della popolazione. Questo significa che una parte significativa di esse non rappresenta soltanto una fonte di contribuzione fiscale, ma è anche destinataria di prestazioni sociali e misure di sostegno.

Per questo motivo appare quantomeno semplicistico sostenere che l'immigrazione rappresenti, da sola, la soluzione ai problemi della previdenza italiana. Il sistema pensionistico dipende da molte variabili: crescita economica, occupazione stabile, livelli salariali, natalità, produttività e sostenibilità della spesa pubblica.

Ridurre tutto allo slogan secondo cui "gli immigrati ci pagheranno le pensioni" rischia di offrire un'immagine parziale della realtà.

Il nodo che meriterebbe maggiore attenzione nel dibattito pubblico è un altro: il rapporto tra previdenza e assistenza.

Secondo questa impostazione, una parte rilevante delle risorse gestite dall'INPS non finanzia pensioni maturate grazie ai contributi versati dai lavoratori, bensì prestazioni assistenziali che invece dovrebbero essere finanziate dalla fiscalità generale, come pensioni sociali, invalidità civile, cassa integrazione, sostegni al reddito e altre misure di welfare.

In altre parole, al netto della spesa assistenziale, i conti dell'INPS sarebbero in attivo.

L'Osservatorio Statistico registra oltre 21,2 milioni di pensioni vigenti. Di queste, il 79,2% è di natura previdenziale, cioè erogato sulla base dei contributi versati, mentre il restante 20,8% è costituito da prestazioni di natura assistenziale.

Secondo i sostenitori di questa tesi, soltanto separando in modo netto la previdenza dall'assistenza sarebbe possibile conoscere con precisione la reale situazione dei conti dell'INPS e affrontare seriamente il problema dell'età pensionabile, evitando di innalzarla continuamente.

Finché i contributi dei lavoratori continueranno a finanziare non soltanto le pensioni maturate con i versamenti contributivi, ma anche una parte delle prestazioni assistenziali, come pensioni sociali, invalidità, cassa integrazione, sostegni al reddito, bonus e altri interventi di welfare, le casse dell’Inps - che al netto dell’assistenza sarebbero in attivo - saranno sempre vuote e, di conseguenza, ai lavoratori italiani potrebbe essere chiesto di restare al lavoro fino a 70 anni e oltre prima di poter andare in pensione.


L’Italia è il Paese UE con l’età pensionabile più alta. 

L’Italia è il Paese UE con gli stipendi & le pensioni più bassi.

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