L'Iran sta attraversando una delle fasi più tese degli ultimi anni: una crisi economica che erode rapidamente il potere d'acquisto, proteste diffuse con episodi di violenza, un giro di vite delle autorità e, sullo sfondo, una pericolosa escalation retorica con gli Stati Uniti e Israele. Le informazioni riportate dai media statali iraniani e da fonti stampa estere delineano un quadro in rapido deterioramento, in cui la dimensione sociale e quella geopolitica si alimentano a vicenda.
Un bilancio pesante (e contestato): morti tra forze di sicurezza, civili e operatori umanitari
Secondo la televisione di stato iraniana, nella sola giornata di domenica sarebbero stati uccisi 30 membri della polizia e delle forze di sicurezza nella provincia di Isfahan e altri sei nella provincia occidentale di Kermanshah, nel contesto delle “ultime rivolte”. L'agenzia semiofficiale Tasnim, invece, alza ulteriormente il computo: 109 membri del personale di sicurezza uccisi in tutto il Paese.
Accanto a queste cifre, si inserisce un episodio che segnala quanto il caos possa estendersi oltre il confronto diretto tra manifestanti e apparati di sicurezza: la Mezzaluna Rossa iraniana riferisce la morte di un proprio dipendente durante un attacco a una delle sue strutture di soccorso a Gorgan, capitale della provincia di Golestan. È un dettaglio cruciale perché introduce un elemento spesso sottovalutato nelle crisi interne: quando la violenza si diffonde, anche le infrastrutture umanitarie – teoricamente neutrali – possono diventare bersaglio, con conseguenze pesanti sulla capacità del Paese di gestire emergenze sanitarie e sociali.
Da non dimenticare neppure l'incendio di una moschea a Mashhad (Iran orientale) avvenuto nella notte di sabato. L'episodio ha un valore simbolico particolarmente alto: colpire un luogo di culto in Iran non è solo un danno materiale, ma un gesto che tocca nervi identitari e politici. In una situazione già polarizzata, eventi del genere possono diventare detonatori emotivi, utili a irrigidire le posizioni di entrambe le parti.
È importante notare che organizzazioni per i diritti umani forniscono un'altra prospettiva sul bilancio delle vittime: la ONG con sede in Norvegia Iran Human Rights afferma che almeno 51 manifestanti sarebbero stati uccisi dalle forze di sicurezza, tra cui nove bambini, e che centinaia di persone sarebbero rimaste ferite. La coesistenza di numeri diversi (e riferiti a gruppi differenti: forze di sicurezza da un lato, manifestanti dall'altro) suggerisce due aspetti: la difficoltà di verificare i dati in tempo reale e lo scontro parallelo sul terreno della narrazione.
Dalle proteste al confronto: economia, inflazione e frattura sociale
Le proteste vengono descritte come innescate dalla rabbia popolare per l'impennata del costo della vita e per l'inflazione, in un contesto di crisi economica aggravata dalle sanzioni occidentali definite “paralizzanti”. Qui si inserisce una dinamica ormai ricorrente nelle società sottoposte a shock economici prolungati: quando i prezzi salgono e il lavoro non basta più a garantire sicurezza materiale, le proteste tendono a nascere come rivendicazioni economiche, ma possono rapidamente trasformarsi in contestazione politica più ampia, specie se la risposta delle autorità viene percepita come repressiva.
Il Ministero dell'Interno iraniano sostiene che le “rivolte” stiano gradualmente diminuendo, mentre il procuratore generale avrebbe avvertito che i partecipanti ai disordini potrebbero rischiare la pena di morte. Questa combinazione (messaggio di normalizzazione + minaccia di sanzioni estreme) è tipica delle fasi in cui lo Stato tenta di ristabilire deterrenza: da un lato comunica che il controllo sta tornando, dall'altro rende altissimo il costo individuale della partecipazione.
La linea del governo: distinguere “protesta” e “rivolta”, isolare i violenti
Un elemento centrale della strategia comunicativa delle autorità è la creazione di una distinzione netta tra “protesta” e “violenza”. Da una parte si riconosce – almeno a livello retorico – che esistono difficoltà economiche e quindi un malcontento diffuso; dall'altra si delegittima una porzione dei manifestanti etichettandola come “rivoltosi”, “sabotatori” o addirittura “terroristi”.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, in un'intervista alla TV di Stato ha parlato di piani economici e “richieste della popolazione”. Ma l'aspetto più politicamente rilevante è l'accusa diretta: Pezeshkian sostiene che Stati Uniti e Israele vogliano “seminare caos e disordine” in Iran “ordinando” rivolte, e invita gli iraniani a prendere le distanze da “rivoltosi e terroristi”.
Questa impostazione serve a trasformare una crisi interna in una crisi di sicurezza nazionale con regia esterna. È una mossa frequente: spostare il baricentro dal terreno socioeconomico a quello della sovranità e dell'ingerenza straniera può ricompattare una parte della società e rendere più facile giustificare l'uso della forza.
Minacce e contro-minacce: Qalibaf e la “miscalculation” americana
La dimensione geopolitica diventa esplicita nelle parole del presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC) in cui ha risposto alle dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump. Qalibaf avverte gli Stati Uniti contro “un errore di calcolo” e afferma che, in caso di attacco all'Iran, Israele e tutte le basi, navi e asset statunitensi nella regione diventerebbero “obiettivi legittimi”.
Dopo l'ultimo conflitto di 12 giorni dello scorso anno tra Iran, Israele e Stati Uniti, iniziato con un attacco israeliano a giugno, sarebbero state colpite strutture nucleari iraniane dagli USA, con molte vittime tra civili, comandanti e scienziati, con l'Iran che ha inviato centinaia di missili balistici contro città israeliane.
Donald Trump da un lato ha comunicato il suo sostegno ai manifestanti (“l'Iran guarda alla libertà come forse mai prima” e “gli USA sono pronti ad aiutare”) su Truth Social, dall'altro, la minaccia: gli Stati Uniti potrebbero colpire “molto duramente – dove fa male”, specificando però “non boots on the ground”, cioè senza un'invasione terrestre.
Questa doppia postura trumpiana (sostegno politico + minaccia militare), oltre a rafforzare la tesi iraniana dell'ingerenza esterna, può contribuire a una spirale di dichiarazioni che riduce lo spazio diplomatico e aumenta la probabilità di incidenti.
Il blackout di internet: controllo dell'informazione e costo sociale
Uno degli elementi più significativi del testo è il riferimento al blackout internet nazionale, in corso da oltre 60 ore, citando il monitor NetBlocks. NetBlocks descrive la censura come una minaccia diretta alla sicurezza e al benessere degli iraniani in un momento decisivo.
Un blackout prolungato non è soltanto un atto di censura. Ha almeno tre effetti:
- Operativo: rallenta la capacità dei manifestanti di coordinarsi e condividere prove visive.
- Narrativo: riduce il flusso di informazioni verso l'esterno, lasciando più spazio alla versione ufficiale.
- Umanitario ed economico: ostacola servizi, pagamenti, comunicazioni d'emergenza e lavoro, aggravando proprio quella pressione economica che ha innescato la protesta.
In altre parole, la misura pensata per contenere la piazza può amplificare le cause strutturali del malcontento.
La risposta delle forze armate: “difesa degli interessi nazionali” e accusa a Israele e gruppi ostili
Sul piano securitario, il capo della polizia iraniana, Ahmad-Reza Rada, ha dichiarato un innalzamento del livello di confronto con i “rivoltosi”. L'esercito, in un comunicato, afferma che difenderà gli “interessi nazionali” e accusa Israele e “gruppi terroristici ostili” di voler minare la sicurezza pubblica. La formulazione contiene un messaggio interno (compattezza delle forze armate, legittimazione dell'intervento) e uno esterno (attribuzione di responsabilità a nemici stranieri).
Quella in corso è la più grande manifestazione dalla protesta del 2022-23 scatenata dalla morte in custodia di Mahsa Amini, arrestata per presunta violazione del rigido codice di abbigliamento femminile. Il paragone è significativo: allora il detonatore era soprattutto sociale e culturale (diritti, controllo su persone e spazio pubblico), oggi il motore dichiarato è economico (inflazione e costo della vita). Quando malcontento economico e sfiducia politica si sovrappongono, la pressione complessiva sul sistema tende ad aumentare.


