Questo governo rischia seriamente di far rimpiangere la tanto vituperata legge Fornero. Non è un paradosso da poco, se si considera che l’abolizione di quella riforma era stata uno dei pilastri della propaganda elettorale del centrodestra. Tre anni fa milioni di lavoratrici e lavoratori hanno dato fiducia a Meloni, Salvini e alle forze oggi al governo, credendo alla promessa di una svolta: andare in pensione prima, con regole più umane, dopo una vita di lavoro spesso mal pagata e poco tutelata. Promesse solenni, slogan ripetuti ossessivamente, impegni presi davanti al Paese. Oggi, di tutto questo, non resta nulla.

Andare in pensione con questo governo diventa quasi una corsa a ostacoli verso i 70 anni. Con l’ultimo emendamento alla Manovra, infatti, l’età pensionabile aumenta di fatto. I requisiti formali restano sulla carta, ma nella realtà si allungano i tempi, si rinvia l’assegno, si svalutano i contributi. Un gioco di prestigio contabile che può ingannare nei comunicati stampa, ma che nella vita concreta delle persone significa una cosa sola: si lavorerà più a lungo, spesso in condizioni di salute precarie, con stipendi insufficienti e assegni previdenziali ancora più magri.

Il primo strumento di questo emendamento sono le cosiddette finestre mobili. Oggi bastano tre mesi tra il raggiungimento dei requisiti e l’erogazione della pensione anticipata. Domani saranno quattro, poi cinque, poi sei. Un rinvio graduale, quasi invisibile, che nel giro di pochi anni diventa strutturale. Non è una questione tecnica: è tempo di vita sottratto alle persone, imposto senza confronto pubblico e senza responsabilità politica.

Ancora più grave è la revisione del riscatto della laurea. Il messaggio è devastante: paghi come prima, ma ottieni molto meno. Gli anni di studio, che avrebbero dovuto rappresentare un investimento per il Paese e per le nuove generazioni, vengono progressivamente svuotati di valore previdenziale. Nel 2035 una laurea triennale varrà appena sei mesi di contributi, una magistrale due anni e mezzo, a costi invariati. Una beffa per chi ha iniziato a lavorare tardi, con contratti precari e salari bassi, dopo anni di formazione.

Il governo aveva promesso di superare la Fornero, non di rafforzarla. E invece, tra finestre sempre più lunghe e contributi “dimagriti”, il traguardo della pensione si allontana ulteriormente. A pagare il prezzo più alto sono i lavoratori più deboli: chi ha carriere discontinue, chi ha vissuto anni di precarietà, chi non può lavorare fino a età sempre più avanzata e chi non può permettersi una pensione integrativa. Altro che flessibilità in uscita: qui si consolida una rigidità che scarica i costi sociali sulle stesse categorie di sempre: lavoratori dipendenti e pensionati..

Con le nuove regole sul pensionamento anticipato, l’uscita dal lavoro diventa sempre più lontana. Un uomo che ha iniziato a lavorare nel 1991 potrà andare in pensione anticipata solo nel 2035, dopo oltre 44 anni di contributi, includendo sei mesi di finestra mobile; in alternativa potrà accedere alla pensione di vecchiaia nel 2036 a quasi 68 anni. Le soglie contributive aumentano ulteriormente nel tempo: nel 2070 serviranno 46 anni di contributi più sei mesi di attesa. Per chi è nel sistema contributivo puro, l’uscita anticipata resta possibile a circa 65 anni, ma solo con almeno 30 anni di contributi e una pensione elevata (oltre tre volte l’assegno sociale), con requisiti leggermente più favorevoli per le donne con figli.

Il messaggio è inequivocabile: lavorare di più, studiare con meno riconoscimento, aspettare più a lungo per riscuotere una pensione più magra.

Il traguardo della pensione viene spostato sempre più avanti, anno dopo anno, come una carota davanti al mulo.

Per molti lavoratori non è più una prospettiva, ma una chimera. E il sospetto amaro è che questa architettura non sia frutto di incompetenza, ma di una scelta cinica: ridurre il numero di chi riuscirà davvero ad arrivare alla pensione, confidando nel fatto che troppi non ci arriveranno.

Con queste scelte, il governo riesce nell’impresa di superare persino la legge Monti-Fornero, rendendo il sistema previdenziale più rigido, ingiusto e punitivo. La pensione non è un premio, né un favore dello Stato, ma un diritto maturato con decenni di contributi, sacrifici e lavoro. Trasformarla in un traguardo irraggiungibile significa accettare che una parte del Paese debba lavorare fino allo sfinimento, senza mai godere del tempo e della dignità che le spettano.

Rendere sostenibile il sistema pensionistico è necessario, ma la sostenibilità non può ridursi a un’operazione contabile fatta sulla pelle dei lavoratori. Senza equità, trasparenza e rispetto delle promesse elettorali, queste scelte appaiono per quello che sono: un rinvio mascherato, l’ennesimo arretramento dei diritti sociali, il tradimento di chi chiedeva una pensione dignitosa dopo una vita di lavoro.

Manovra 2026: cosa cambia per le pensioni

  • Riscatto della laurea: Dal 2031 il valore ai fini pensionistici diminuisce progressivamente fino a scomparire nel 2035: 6 mesi in meno nel 2031, 12 nel 2032, 18 nel 2033, 24 nel 2034 e 30 nel 2035.

  • Finestre mobili: Il periodo di attesa per la pensione anticipata aumenta da 3 mesi a 4 nel 2032-2033, 5 nel 2034 e 6 dal 2035.

  • TFR e previdenza complementare: I datori di lavoro con oltre 50 dipendenti dovranno versare il TFR al Fondo INPS. Dal 1° luglio, i neoassunti del settore privato saranno iscritti automaticamente alla previdenza complementare, con possibilità di rinuncia entro 60 giorni, stimando circa 100.000 nuove adesioni all’anno.