Salgono i prezzi al consumo ad aprile 2026: +2,8% su base annua. A spingere sono energia e alimentari, mentre i salari restano fermi. E la politica guarda altrove.

L’inflazione torna a mordere, e lo fa nel modo più doloroso: colpendo i beni essenziali. Ad aprile 2026 i prezzi al consumo registrano un balzo del +2,8% su base annua, un’accelerazione netta rispetto al +1,7% di marzo. Numeri che non sono semplici statistiche, ma la fotografia concreta di una pressione crescente sulle famiglie italiane. Perché mentre energia e alimentari tornano a correre, i redditi restano immobili. E il governo di Giorgia Meloni continua a raccontare una realtà che i cittadini non vedono.

Dietro l’aumento dell’inflazione c’è una dinamica chiara: i prezzi degli energetici non regolamentati schizzano da -2,0% a +9,9%, quelli regolamentati da -1,6% a +5,7%. Una vera inversione di tendenza che si traduce in bollette più care e carburanti più pesanti. A questo si aggiunge l’impennata degli alimentari non lavorati, che passano dal +4,7% al +6,0%. Tradotto: fare la spesa costa di più, ogni settimana.

Eppure, mentre il “carrello della spesa” cresce del +2,5% e i prodotti ad alta frequenza d’acquisto arrivano al +4,3%, la narrazione ufficiale insiste su segnali di stabilità. Un paradosso evidente. Perché è vero che l’inflazione di fondo rallenta leggermente, scendendo al +1,6%, ma è altrettanto vero che questa componente esclude proprio ciò che pesa di più nella vita quotidiana: energia e cibo. È una stabilità statistica, non reale.

Il dato più significativo è forse un altro: i prezzi dei beni accelerano al +3,2%, mentre quelli dei servizi rallentano al +2,4%. Il differenziale diventa negativo (-0,8 punti percentuali), ribaltando uno schema consolidato. In altre parole, ciò che si compra ogni giorno pesa sempre di più, mentre ciò che si può rinviare pesa di meno. Ed è qui che si misura la qualità di una politica economica.

Il governo Meloni aveva promesso di difendere il potere d’acquisto degli italiani. Ma i numeri raccontano altro. L’aumento dei prezzi energetici, in parte legato alle tensioni internazionali e alle dinamiche dei mercati globali, non è stato compensato da interventi strutturali efficaci. Le misure tampone si sono rivelate insufficienti, mentre il dibattito politico si è spesso concentrato su temi identitari, lasciando in secondo piano l’emergenza economica.

“L’inflazione non è un numero: è una tassa invisibile che colpisce soprattutto chi ha meno.” È questa la realtà che emerge dai dati di aprile. Una realtà che pesa sulle famiglie, sui pensionati, sui lavoratori con salari fermi. E mentre il costo della vita cresce, la risposta politica appare frammentata, tardiva, spesso più comunicativa che sostanziale.

Nel contesto europeo, l’Italia mostra una dinamica in linea con altri Paesi, ma con una fragilità strutturale maggiore: bassa crescita, salari stagnanti, elevata dipendenza energetica. L’indice armonizzato (IPCA) segna un +2,9% su base annua, confermando una pressione inflazionistica che rischia di consolidarsi nei prossimi mesi.

L’inflazione acquisita per il 2026 è già al +2,4%, un dato che lascia poco spazio all’ottimismo.

Chi ci guadagna? Pochi. Alcuni settori legati all’energia e alla distribuzione. Chi ci perde? Molti. Consumatori, famiglie, piccole imprese. È una redistribuzione silenziosa, che sposta risorse verso l’alto e lascia indietro chi non ha strumenti per difendersi.

Se non arriveranno interventi incisivi, il rischio è quello di una spirale: consumi in calo, crescita debole, tensioni sociali in aumento. E allora la domanda diventa inevitabile: dov’è la strategia?

Perché un governo si giudica nei momenti difficili. E oggi, davanti a un’inflazione che torna a correre, l’impressione è che l’esecutivo rincorra i problemi invece di anticiparli. “Quando il costo della vita sale e la politica resta ferma, il conto lo pagano sempre gli stessi.” E questa volta, ancora una volta, sono gli italiani.