Mentre Washington tenta disperatamente di costruire una via d'uscita diplomatica da una delle crisi più pericolose degli ultimi decenni, il Medio Oriente continua a scivolare verso una guerra regionale sempre più ampia. La tregua annunciata dagli Stati Uniti per il Libano è stata respinta da Hezbollah, Israele ha dichiarato che non ritirerà le proprie truppe dal territorio libanese e l'Iran continua a subordinare qualsiasi accordo con Washington alla cessazione delle operazioni militari israeliane su tutti i fronti della regione.
La sensazione è quella di assistere all'ennesimo tentativo della diplomazia internazionale di inseguire eventi che ormai sembrano sfuggire a qualsiasi controllo politico.
UNA TREGUA CHE RISCHIA DI NON NASCERE MAI
Nelle ultime ore il presidente libanese Joseph Aoun aveva annunciato che il cessate il fuoco sarebbe entrato in vigore entro 24 ore dall'approvazione delle parti coinvolte. L'iniziativa, sostenuta dagli Stati Uniti e vista come un possibile primo passo verso una più ampia de-escalation regionale, si è però scontrata immediatamente con la realtà del terreno.
Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha infatti respinto la proposta americana dichiarando che la "resistenza continuerà".
Parole che evidenziano uno dei grandi limiti delle trattative occidentali: si negozia con governi e istituzioni ufficiali mentre una parte rilevante del potere militare e politico è detenuta da organizzazioni armate che non riconoscono necessariamente gli accordi firmati dagli Stati.
Hezbollah non è formalmente parte dell'intesa raggiunta tra Washington e Beirut, ma è il principale protagonista militare del conflitto. Senza il suo consenso, qualsiasi cessate il fuoco rischia di restare soltanto sulla carta.
ISRAELE NON INTENDE ARRETRARE
A rendere ancora più fragile la prospettiva di una tregua è la posizione israeliana.
Il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che le forze armate israeliane non lasceranno le aree occupate del Libano meridionale e che le operazioni militari proseguiranno.
Per il governo israeliano, fermarsi ora significherebbe concedere a Hezbollah il tempo necessario per riorganizzarsi e ricostruire le proprie capacità operative.
Per Hezbollah e per l'Iran, invece, il ritiro israeliano costituisce la precondizione minima per qualsiasi accordo.
Due posizioni che appaiono oggi del tutto inconciliabili.
L'IRAN AL CENTRO DELLO SCONTRO
Dietro il conflitto libanese emerge sempre più chiaramente il ruolo di Teheran.
La Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione, il corpo che contribuì alla nascita di Hezbollah nel 1982 durante l'invasione israeliana del Libano, ha ribadito che la richiesta minima della "resistenza" consiste nel ritorno delle truppe israeliane alle posizioni precedenti allo scoppio della guerra.
In una dichiarazione diffusa dai media di Stato iraniani, Teheran ha inoltre insistito sul fatto che qualsiasi cessate il fuoco regionale debba comprendere contemporaneamente Libano, Palestina e gli altri fronti aperti.
Il messaggio è inequivocabile: l'Iran non intende accettare accordi separati che possano isolare i propri alleati regionali.
HAMAS E IRAN RAFFORZANO IL FRONTE COMUNE
A confermare questa strategia è arrivata una significativa telefonata tra il capo di Hamas nella Striscia di Gaza, Khalil al-Hayya, e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.
Nel corso della conversazione, le due parti hanno discusso dell'evoluzione della situazione palestinese e delle crisi che attraversano l'intero Medio Oriente.
Al-Hayya ha espresso nuovamente le proprie condoglianze per la morte della Guida Suprema iraniana e di altri dirigenti della Repubblica Islamica uccisi durante i recenti attacchi statunitensi e israeliani, lodando quella che Hamas considera la capacità dell'Iran di aver frustrato gli obiettivi dell'offensiva nemica.
Il leader palestinese ha inoltre denunciato il proseguimento delle operazioni militari israeliane a Gaza e le difficoltà nell'applicazione degli accordi di cessate il fuoco, ribadendo che la resistenza palestinese continuerà fino al raggiungimento degli obiettivi nazionali palestinesi.
Particolarmente rilevante è stato il sostegno espresso da Hamas alla posizione negoziale iraniana. Al-Hayya ha infatti elogiato la richiesta avanzata da Teheran di una cessazione simultanea delle ostilità su tutti i fronti della regione, ringraziando apertamente la Repubblica Islamica per il sostegno fornito alla causa palestinese.
Da parte sua, il ministro Araghchi ha ribadito che l'Iran continuerà a sostenere quella che definisce la "legittima resistenza" dei popoli della regione, citando esplicitamente Palestina e Libano.
Si tratta di una conferma politica di enorme importanza. Nonostante mesi di guerra, sanzioni e bombardamenti, il cosiddetto "Asse della Resistenza" continua a presentarsi come un blocco strategico coordinato che comprende Iran, Hezbollah, Hamas e altre organizzazioni alleate.
Una realtà che rende estremamente difficile qualsiasi tentativo occidentale di negoziare separatamente i diversi conflitti regionali.
IL GOLFO TORNA A BRUCIARE
Nel frattempo la tensione è riesplosa anche nel Golfo Persico.
Iran e Stati Uniti si sono scambiati nuovi attacchi militari in una delle fasi più pericolose dall'inizio della guerra.
Particolarmente grave è stato l'episodio verificatosi in Kuwait, dove missili e droni hanno provocato danni all'aeroporto internazionale, a infrastrutture civili e a sedi diplomatiche. Le autorità kuwaitiane parlano di un morto e oltre sessanta feriti.
Anche in questo caso le versioni sono diametralmente opposte.
Secondo Teheran, gran parte della distruzione sarebbe stata provocata dai missili intercettori statunitensi. Washington sostiene invece che le infrastrutture siano state deliberatamente colpite dalle forze iraniane.
La verità, come spesso accade nei conflitti moderni, è ormai sepolta sotto una montagna di propaganda contrapposta.
LO STRETTO DI HORMUZ E IL PETROLIO
Dietro gli scontri militari si nasconde una posta economica gigantesca.
Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto, continua a rappresentare uno dei principali punti di pressione esercitati dall'Iran.
La sua parziale chiusura sta alimentando tensioni sui mercati energetici e preoccupazioni nelle principali economie mondiali.
Donald Trump, sottoposto a forti pressioni interne per ridurre il costo dei carburanti e riportare stabilità nei mercati, continua a parlare di possibili progressi diplomatici.
Tuttavia, ogni giorno che passa rende evidente quanto sia difficile costruire un compromesso accettabile per tutte le parti coinvolte.
LE RICHIESTE DI TEHERAN
L'Iran continua infatti a subordinare qualsiasi accordo a una serie di condizioni molto pesanti.
Oltre alla cessazione delle operazioni militari in Libano e negli altri teatri regionali, Teheran chiede l'accesso a miliardi di dollari di proventi petroliferi, deroghe alle sanzioni sulle esportazioni di greggio, l'allentamento delle restrizioni sui propri porti e il riconoscimento del proprio ruolo strategico nello Stretto di Hormuz.
Richieste che, dal punto di vista americano, rischiano di trasformare un eventuale accordo in una vittoria politica iraniana.
IL DOSSIER NUCLEARE RESTA UNA BOMBA A OROLOGERIA
A complicare ulteriormente il quadro rimane il programma nucleare iraniano.
L'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica continua a chiedere chiarimenti sul destino delle scorte di uranio arricchito e il ripristino completo delle attività ispettive.
Gli Stati Uniti insistono sul fatto che il loro obiettivo sia impedire all'Iran di sviluppare armi nucleari. Teheran continua a sostenere che il proprio programma abbia esclusivamente finalità civili.
Una disputa che si trascina da oltre vent'anni e che continua a rappresentare uno dei principali fattori di instabilità dell'intera regione.
UNA PACE SEMPRE PIÙ LONTANA
L'impressione generale è che nessuno degli attori coinvolti sia realmente disposto a fare il primo passo indietro. Israele pretende sicurezza totale prima di ritirarsi. Hezbollah pretende il ritiro israeliano prima di fermare le armi. Hamas continua a coordinarsi politicamente con Teheran.
L'Iran utilizza contemporaneamente il dossier libanese, quello palestinese, Hormuz e il nucleare come strumenti negoziali.
Gli Stati Uniti cercano una soluzione che permetta di evitare una nuova impennata dei prezzi energetici e di uscire da un conflitto che rischia di diventare incontrollabile.
In mezzo restano milioni di civili in Libano, Israele, Palestina, Iran e nei Paesi del Golfo, ostaggi di una spirale di violenza che sembra alimentarsi da sola.
La diplomazia continua a produrre dichiarazioni e bozze di accordo. Sul terreno continuano a cadere missili, droni e bombe.
E ogni nuova tregua annunciata prima ancora di essere applicata rischia di diventare l'ennesima dimostrazione dell'incapacità della comunità internazionale di fermare una guerra che, giorno dopo giorno, assume sempre più i contorni di uno scontro regionale aperto.


