C'è una parola che descrive meglio di tutte la linea internazionale del governo Meloni: ambiguità. Una miscela di retorica muscolare, frasi solenni sull'Occidente, richiami alla libertà e alla democrazia, che però si schiantano contro una realtà molto più semplice: l'Italia non guida nulla, non orienta nulla, non decide nulla. Segue. Reagisce. Si adatta.

La presidente del Consiglio, nell'intervista rilasciata al Foglio questo fine settimana, parla di unità dell'Occidente, di Europa forte, di libertà da difendere, di democrazia da proteggere. Ma dietro le parole non c'è una strategia autonoma: c'è solo l'allineamento automatico ai blocchi di potere esistenti, senza capacità reale di incidere.

Quando dice che l'Europa deve “convincere se stessa” prima ancora di convincere Trump, in realtà ammette un fatto evidente: l'Europa è politicamente inesistente, e l'Italia con essa. La sicurezza viene ancora delegata agli Stati Uniti, mentre si recita la parte dei sovranisti. Si predica sovranità, ma si pratica dipendenza. Si attacca l'America a parole, ma si chiede protezione nei fatti. È ipocrisia geopolitica pura.

Il paradosso è tutto qui: si rifiuta l'idea di una vera difesa europea autonoma, si dice che “basta la Nato”, ma allo stesso tempo si invoca un'Europa più forte. Una contraddizione strutturale. Perché senza strumenti politici, militari ed economici comuni, l'Europa non è una potenza: è un mercato. E un mercato non fa politica estera e di difesa, subisce solo quella degli altri.

Sull'Ucraina, il copione è lo stesso. Parole giuste, principio condivisibile: la libertà di Kiev è anche la nostra. Ma anche qui la narrazione è più solida della visione. Difendere l'Ucraina senza costruire una vera architettura europea di sicurezza significa restare inermi e dipendenti, mentre si finge forza. È simbolismo politico, non strategia.

Poi c'è il capitolo economico, dove la confusione diventa ancora più evidente. Meloni attacca la globalizzazione “senza regole”, parla di nearshoring, friendshoring, filiere sicure, autonomia strategica. Tutto giusto, in teoria. Ma nella pratica il governo sostiene accordi commerciali globali, aperture di mercato, liberalizzazioni, senza che l'Italia abbia alcun reale potere contrattuale. Si dice “commercio equo”, ma si continua a competere con economie che hanno costi sociali, fiscali e ambientali incomparabili. Traduzione: le imprese italiane pagano il prezzo, gli slogan incassano consenso.

Sulla Cina, infine, la posizione è emblematica: non schierarsi, dialogare con tutti, essere autonomi. Ma l'autonomia non si proclama, si costruisce. E oggi l'Italia non ha né filiere strategiche autonome, né sovranità tecnologica, né indipendenza energetica piena, né peso politico sufficiente per “dialogare da pari”. Parlare di potenza europea senza strumenti reali è propaganda, non politica.

Il quadro che emerge è chiaro:

  • retorica occidentale senza leadership,
  • sovranismo senza sovranità,
  • atlantismo senza autonomia,
  • europeismo senza Europa,
  • protezionismo a parole, globalismo nei fatti.

Il governo Meloni non sta costruendo un'Italia più forte: sta solo cercando di stare in equilibrio tra blocchi di potere più grandi, sperando di non essere schiacciato. Ma la storia insegna che chi non sceglie davvero, chi non costruisce davvero, chi non investe davvero, finisce per essere sempre allo stesso modo: irrilevante.

La verità è brutale ma semplice: l'Italia oggi non difende un progetto, difende una posizione. Non guida processi, li subisce. Non costruisce alleanze strategiche, si adatta agli equilibri. Non esercita potere, lo legittima.

E mentre si parla di libertà, sicurezza, democrazia e Occidente, il paese resta con salari fermi, un'industria fragile, dipendenza energetica, debolezza tecnologica, debito strutturale e nessuna vera autonomia strategica.

Questa non è politica estera.
È sopravvivenza diplomatica.
Ed è molto meno nobile di quanto venga raccontato.