Ci sono giorni in cui le istituzioni europee compiono passi avanti nella difesa dei diritti. E poi ci sono giorni come quello appena vissuto a Strasburgo.
Con l'approvazione del nuovo Regolamento Rimpatri, il Parlamento europeo ha scelto di imboccare una strada che fino a pochi anni fa sarebbe stata considerata incompatibile con la stessa idea di Europa. Una strada fatta di detenzioni amministrative prolungate, di espulsioni accelerate, di centri di trattenimento sempre più simili a carceri e di un approccio che considera il migrante prima di tutto un problema da eliminare anziché una persona portatrice di diritti.
A festeggiare sono stati i partiti della destra europea. Tra i più entusiasti, naturalmente, il governo italiano guidato da Giorgia Meloni, che ha immediatamente rivendicato il voto come una conferma della propria linea politica.
Eppure, dietro i toni trionfalistici e gli slogan securitari, resta una domanda semplice: esattamente cosa c'è da festeggiare?
Trenta mesi di detenzione senza reato: una misura crudele e inutile
Il cuore del regolamento è la possibilità di trattenere fino a trenta mesi persone destinate al rimpatrio. Non criminali condannati da un tribunale. Non terroristi. Non trafficanti. Persone che, nella maggior parte dei casi, non hanno commesso alcun reato penale. L'unica loro colpa è trovarsi sul territorio europeo senza un titolo valido di soggiorno o aver ricevuto un provvedimento di espulsione.
Trenta mesi. Due anni e mezzo. Un periodo che in molti casi supera quello che viene inflitto per reati veri e propri. La giustificazione ufficiale è quella di rendere più efficaci i rimpatri. Peccato che la realtà racconti tutt'altro.
Da anni gli esperti spiegano che il successo di un rimpatrio non dipende dalla durata della detenzione ma dalla collaborazione tra Stati. Se il Paese d'origine riconosce il proprio cittadino, il rimpatrio avviene generalmente nel giro di poche settimane o pochi mesi. Se invece quella collaborazione manca, si possono aggiungere sei mesi, un anno o due anni di trattenimento senza ottenere alcun risultato.
Il problema non è il tempo. Il problema sono gli accordi diplomatici. Per questo motivo il nuovo regolamento rischia di trasformarsi in un gigantesco spreco di denaro pubblico, destinato a finanziare la detenzione prolungata di migliaia di persone senza risolvere il problema che pretende di affrontare.
Il Parlamento europeo sceglie la propaganda
Ancora più inquietante del contenuto della norma è il messaggio politico che essa trasmette. L'Unione Europea è nata dalle macerie delle dittature del Novecento con l'obiettivo dichiarato di mettere al centro la dignità della persona e la tutela dei diritti fondamentali. Oggi, invece, la principale istituzione rappresentativa europea decide di celebrare, indegnamente, una norma che amplia gli strumenti di detenzione amministrativa e restringe ulteriormente gli spazi di protezione.
Il diritto d'asilo, uno dei pilastri dell'ordinamento europeo e del diritto internazionale, appare sempre più come un fastidio burocratico da aggirare piuttosto che un valore da difendere.
È una trasformazione culturale profonda. Ed è difficile non vedere in questa scelta l'influenza crescente delle destre nazionaliste che da anni lavorano per spostare il baricentro dell'Europa verso politiche sempre più punitive.
Il paradosso è che l'Europa sembra inseguire proprio quei modelli che doveva combattere! È nata per evitare il ritorno del nazifascismo!
L'immagine delle retate, delle deportazioni e della criminalizzazione sistematica dei migranti era stata associata alle stagioni più controverse della politica americana. Oggi quel linguaggio e quella filosofia trovano cittadinanza nelle istituzioni europee.
Meloni esulta mentre il Paese affronta problemi ben più gravi
In Italia Giorgia Meloni ha accolto il voto con evidente soddisfazione. La premier parla di successo. Di svolta. Di vittoria politica. Ma viene spontaneo chiedersi quale sia il collegamento tra queste celebrazioni e la vita concreta degli italiani.
Mentre Palazzo Chigi brinda al nuovo regolamento, l'inflazione continua a erodere stipendi e pensioni. Il costo della vita resta elevato. I salari italiani sono tra i più stagnanti d'Europa. La sanità pubblica mostra falle sempre più evidenti. I giovani continuano a emigrare. Le famiglie faticano ad arrivare alla fine del mese.
Eppure il dibattito pubblico viene sistematicamente riportato sul terreno dell'immigrazione. Come se il problema principale del Paese fosse decidere chi deportare. Come se l'ossessione per il migrante potesse sostituire una strategia economica, industriale o sociale.
È una tecnica politica nota: individuare un bersaglio, costruire una narrazione permanente dell'emergenza e concentrare lì l'attenzione dell'opinione pubblica.
Il fallimento dei centri in Albania diventa improvvisamente un successo
Tra gli aspetti più sorprendenti delle celebrazioni governative c'è il tentativo di collegare il nuovo regolamento europeo alla vicenda dei centri costruiti dall'Italia in Albania.
Un'operazione che rasenta il paradosso. Quei centri erano stati presentati come la soluzione rivoluzionaria alla gestione dei flussi migratori. Dovevano cambiare tutto. Dovevano essere il modello da seguire. Dovevano dimostrare l'efficacia della linea del governo. La realtà è stata assai meno gloriosa.
Le strutture hanno accolto numeri estremamente limitati di persone rispetto alle promesse iniziali e sono finite al centro di continui problemi operativi, giuridici e politici. Successivamente il centro di Gjader è stato utilizzato come semplice estensione del sistema dei CPR italiani, trasferendovi migranti che erano già trattenuti sul territorio nazionale.
Nel frattempo il premier albanese Edi Rama ha chiarito senza ambiguità di non avere alcuna intenzione di assumersi la gestione delle strutture o delle persone trattenute al loro interno. Eppure il governo continua a raccontare quella vicenda come una storia di successo. Una narrazione che appare sempre più scollegata dai risultati effettivamente ottenuti.
Quando l'umanità dell'altro diventa negoziabile
L'aspetto più preoccupante di questa vicenda non riguarda soltanto le norme approvate. Riguarda il clima che le accompagna. Le immagini di esponenti politici che esultano al grido di "send them back" raccontano una deriva culturale prima ancora che legislativa.
Si gioisce non perché qualcuno vedrà migliorare la propria condizione di vita. Si gioisce perché qualcun altro verrà espulso. Perché qualcun altro perderà libertà. Perché qualcun altro sarà rinchiuso per mesi o anni.
Quando la politica smette di misurare il proprio successo sulla capacità di garantire diritti e benessere e inizia a misurarlo sulla capacità di privare altri esseri umani di libertà e protezione, il problema non riguarda più soltanto i migranti.
Riguarda la qualità stessa della democrazia. La storia europea insegna che la normalizzazione della discriminazione non si ferma mai alla categoria inizialmente presa di mira. Oggi il bersaglio sono i migranti. Domani potrebbero essere i poveri, i dissidenti, chi protesta, chi non si conforma all'ordine dominante.
Per questo il voto di Strasburgo non rappresenta soltanto una svolta nelle politiche migratorie. Rappresenta una domanda inquietante sul futuro dell'Europa.
Se l'Unione è disposta a sacrificare i propri principi fondamentali nel nome della propaganda, cosa resterà dei valori che per decenni ha proclamato come fondamento della propria esistenza?


