Quello che è accaduto a Parigi nelle ultime ore è a dir poco scandaloso. La Francia ha dovuto convocare formalmente l'ambasciatore statunitense Charles Kushner dopo che quest'ultimo ha avuto l'ardire di scrivere una lettera al presidente Emmanuel Macron accusando la Repubblica francese di non fare abbastanza contro l'antisemitismo.

Ora, che ci sia un problema reale di antisemitismo in Francia è un fatto che nessuno nega. Le autorità francesi lo hanno riconosciuto da tempo e hanno moltiplicato gli sforzi per contrastarlo, soprattutto dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 che ha provocato un'ondata di odio e tensioni. Ma un conto è la lotta necessaria contro l'odio, un altro è subire lezioni di moralità da un ambasciatore che, oltre a non avere alcuna competenza istituzionale per dettare linee politiche, porta sulle spalle un passato giudiziario imbarazzante, riabilitato soltanto grazie al perdono presidenziale di Donald Trump, oltre all'altrettanto imbarazzante legame di amicizia con la famiglia del premier israeliano Netanyahu.

L'uscita di Kushner non è solo arrogante: è una palese violazione del diritto internazionale. Le relazioni diplomatiche si fondano sul rispetto reciproco e sul principio di non ingerenza. Invece qui abbiamo un rappresentante ufficiale degli Stati Uniti che, nero su bianco, accusa un paese sovrano e alleato di non proteggere i suoi cittadini e pretende di indicare quali leggi applicare, quali politiche abbandonare e persino quale linea adottare sulla questione israelo-palestinese. Un atto sfrontato che non solo mina la fiducia tra Parigi e Washington, ma dà l'impressione che gli Stati Uniti considerino la Francia un protettorato a cui dettare l'agenda.

La risposta del Quai d'Orsay è stata ferma: accuse "inaccettabili", respinte con forza, ricordando che la Francia è pienamente mobilitata per proteggere i suoi cittadini e le sue comunità religiose. E non poteva essere altrimenti. Macron aveva già respinto, pochi giorni fa, gli attacchi del premier israeliano Netanyahu che sosteneva che la possibile apertura francese al riconoscimento dello Stato palestinese alimentasse l'antisemitismo. Ora la Francia deve pure sopportare le prediche di un ambasciatore americano che sembra più interessato a fare propaganda politica che a mantenere il decoro diplomatico.

Che il Dipartimento di Stato USA abbia addirittura difeso Kushner, lodandolo per il suo "grande lavoro", peggiora le cose. Non si tratta di "difendere interessi nazionali": qui siamo di fronte a un'ingerenza frontale che rischia di intossicare i rapporti transatlantici già segnati da frizioni commerciali, divergenze sulla missione ONU in Libano e differenze di approccio sul conflitto in Ucraina.

La Francia, lo si ricordi, ospita la più grande comunità ebraica d'Europa e la terza al mondo dopo Israele e Stati Uniti: circa mezzo milione di persone, integrate da secoli nella vita nazionale. Pensare che uno stato con questa responsabilità storica e culturale abbia bisogno delle ramanzine di Charles Kushner è un insulto non solo alle istituzioni francesi, ma anche alla dignità dei suoi cittadini.

La verità è che questa vicenda mostra il volto peggiore della diplomazia americana sotto l'influenza trumpiana: presunzione, mancanza di rispetto per gli alleati e confusione tra interessi nazionali e calcoli elettorali interni. A questo si deve aggiungere la quasi certa regia di Israele, il cui premier ormai allo sbando, cerca di far leva sulle comunità ebraiche internazionali per supportare il genocidio in atto contro il popolo palestinese utilizzando l'antisemitismo come strumento per giustificare i crimini di cui si è macchiato e si sta continuando a macchiare.

La Francia ha fatto bene a reagire con fermezza. E se l'amministrazione statunitense avesse un briciolo di lucidità, richiamerebbe immediatamente Kushner all'ordine invece di coprirne le intemperanze... anche se è consuocero di Trump!