Le squadracce USA dell'ICE perché dovrebbero differire da quelle nazifasciste che davano la caccia agli ebrei e agli oppositori del regime?
A Ventura, in California, la morte di Jaime Alanis Garcia non è una “tragica fatalità”. È il risultato meccanico di una caccia all'uomo istituzionalizzata. Un bracciante agricolo che cade da un capannone mentre tenta di scappare da agenti dell'Ice non muore per sfortuna: muore perché lo Stato ha deciso che la paura è uno strumento legittimo di governo. E Ventura non è un'eccezione. È un modello.
A Los Angeles, il mercatino centroamericano della Sixth Street è stato cancellato dalla mappa urbana dopo una serie di rastrellamenti degni di un manuale di controinsurrezione. Agenti mascherati, camion da trasloco usati come cavalli di Troia, lavoratori prelevati davanti ai Home Depot come merce difettosa. Quartieri interi – messicani, vivi, rumorosi – sono diventati zone fantasma. A New York e Los Angeles le scuole pubbliche perdono migliaia di studenti. Le famiglie spariscono. Non si trasferiscono: si dissolvono.
Il terrore è selettivo solo in apparenza. Se ci si muove nei quartieri giusti, se si ha il colore di pelle giusto, se si possiede il passaporto giusto, si può ancora fingere che nulla sia cambiato. Ma è una menzogna comoda. Nel crogiolo americano qualcosa si è spezzato. Non lentamente, non per errore: per progetto.
Dopo un anno di amministrazione Trump e sei mesi di deportazioni aggressive, la paura è diventata un fatto sociale. Non riguarda solo i quindici milioni di irregolari, ma cinquanta milioni di nati all'estero e sessantotto milioni di ispanici. Il messaggio è chiaro: nessuno è davvero al sicuro. Quando uno Stato decide che l'appartenenza etnica o l'origine geografica sono variabili di rischio, la cittadinanza diventa una concessione revocabile.
Quella in corso non è una semplice “stretta sull'immigrazione”. È un'operazione di ingegneria sociale su scala continentale. Le statistiche parlano di arresti e deportazioni, ma i numeri non bastano. La trasformazione reale è qualitativa: sta nella violenza esibita, nei rapimenti in pieno giorno, nelle separazioni familiari usate come teatro del terrore. Sta nei video diffusi deliberatamente sui social per ricordare a tutti chi comanda.
La cosiddetta Grande deportazione è diventata lo strumento principale per demolire l'ordine costituzionale americano. Non per errore, ma per sperimentazione. I diritti vengono sospesi su una classe considerata sacrificabile, per testare fino a che punto il sistema può essere forzato senza collassare. È un laboratorio di anticostituzionalità.
Le squadre di deportazione operano con arroganza e impunità. I loro metodi riecheggiano quelli dei regimi autoritari del Novecento e delle dittature sudamericane. Le tecniche insegnate per decenni all'estero tornano a casa, applicate nelle città americane pattugliate da reparti militarizzati. Settantamila persone sono detenute in attesa di espulsione in centri che oscillano tra il carcere e il lager, spesso gestiti da privati. Un intero settore industriale prospera sulla disumanizzazione: campi in paludi e deserti, sorveglianza totale fornita in leasing dalla Silicon Valley.
Le ispezioni sono vietate o ostacolate. Dove magistrati e parlamentari sono riusciti a entrare, hanno trovato condizioni compatibili con la tortura. Il sistema è extralegale per scelta. Il quarto, quinto e sesto emendamento sono stati di fatto stracciati per milioni di persone. L'habeas corpus è diventato carta straccia. Non esiste più un vero ricorso, né un giusto processo.
Basta invocare la “sicurezza nazionale” e l'antico congegno totalitario si rimette in moto, anche nella sedicente Land of the Free.
L'esclusione di massa dalla Costituzione crea un precedente velenoso. Se tutto è lecito contro gli “stranieri criminali”, allora chi li difende è un complice. Chi documenta gli arresti diventa un terrorista. Chi dissente è un nemico interno. La libertà di stampa e di parola non vengono abolite formalmente: vengono svuotate per intimidazione.
Il precedente era già stato preparato con la criminalizzazione del movimento di solidarietà palestinese. Ora è stato messo nero su bianco. Non esiste più un dissenso legittimo: esiste solo una rete terroristica indistinta. Giudici, sindaci, politici sono già finiti in manette. La denaturalizzazione dei cittadini acquisiti non è più un tabù, ma un'opzione sul tavolo.
Trump e i suoi ministri, amplificati dall'ecosistema social dominato da Elon Musk, hanno normalizzato un linguaggio che fino a pochi anni fa sarebbe stato impresentabile: difesa della civiltà, orde straniere, contaminazione. Non è una degenerazione retorica: è la traduzione simbolica di una guerra di civiltà imposta dall'alto.
Il Project 2025 non era un delirio complottista. Era un programma. Mentre gli avvocati governativi rallentano i procedimenti, sul terreno continuano deportazioni illegali, espulsioni verso paesi terzi, violenze sistematiche. C'è chi racconta di essere stato scaricato al confine messicano e costretto a scavalcare la barriera sotto la minaccia dei manganelli. Non siamo in un romanzo distopico: siamo nel Texas del 2025.
Il cinismo “manageriale” è forse l'aspetto più agghiacciante. Quando il direttore ad interim dell'Ice paragona le deportazioni ad Amazon Prime, non sta facendo una battuta infelice. Sta dicendo la verità. Gli esseri umani sono pacchi. I centri di detenzione sono magazzini. Non a caso il governo ha bandito la costruzione di ventitré nuove “warehouses” per lo stoccaggio di migliaia di detenuti, alcune da cinquemila posti, vicino agli aeroporti.
Nel 2026 sono previsti diecimila nuovi agenti mascherati. L'assalto non è finito: è solo all'inizio.
Per decenni gli Stati Uniti hanno esportato lezioni su come smantellare una democrazia. Ora ne stanno scrivendo il manuale definitivo. Sinclair Lewis intitolò la sua distopia del 1935 It Can't Happen Here. Oggi non possiamo più permetterci l'ironia.
Può succedere qui.
È successo qui.
Fonte: da un articolo di Luca Celada su il manifesto