Negli Stati Uniti nelle ore successive all’omicidio di Renee Nicole Good è scoppiata una crisi sociale e politica di portata nazionale, un punto di rottura che sta mobilitando una parte significativa della società americana e sta profondamente polarizzando l’opinione pubblica e le istituzioni.

Renee Good, una donna americana di 37 anni madre di tre figli, è stata uccisa da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) a Minneapolis nei primi giorni di gennaio 2026, durante un’operazione di controllo legata all’immigrazione federale.

Le circostanze dell’incidente sono al centro di accesi dibattiti: le autorità federali affermano che l’agente ha sparato per autodifesa dopo che Good avrebbe tentato di colpirlo col proprio veicolo, una versione contestata da numerosi testimoni e da video che mostrano la donna non essere una minaccia per gli agenti prima dello sparo.
Questo ha trasformato la sua morte in uno dei casi più discussi di eccesso di forza da parte di forze federali negli ultimi anni, richiamando alla memoria casi come quello di George Floyd e mettendo nuovamente in discussione l’uso della violenza nello stato di diritto americano.

La reazione negli USA è stata immediata e diffusa.
Migliaia di persone sono scese in piazza non solo a Minneapolis, città in cui è avvenuta la sparatoria, ma in centinaia di città di tutti i 50 stati, da Boston a San Francisco, da Philadelphia a New York, da Houston a Washington DC, con manifestazioni che proseguono da giorni e si prevede continueranno nei prossimi fine settimana. Queste proteste, organizzate sotto slogan come “ICE Out For Good” o “Sono Renee”, non si limitano a denunciare il singolo episodio ma chiedono un ripensamento radicale del ruolo dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, accusata dai manifestanti di un pattern di violenza eccessiva e di violazione dei diritti civili.
I manifestanti denunciano soprusi sistemici, collegano l’episodio alla politica migratoria dell’amministrazione Trump e all'invasione delle forze federali nelle comunità locali, e chiedono trasparenza, responsabilità e riforme profonde al sistema di applicazione delle leggi sull’immigrazione.

In diverse città le proteste hanno avuto momenti di tensione con le forze dell’ordine: a Minneapolis si sono registrati arresti, polizia ferita e confronti tra manifestanti e autorità, con la mobilitazione anche della Guardia Nazionale del Minnesota per contenere le manifestazioni che restano però in gran parte pacifiche.
In altre aree metropolitane come Houston, centinaia di manifestanti si sono riuniti per il terzo giorno consecutivo davanti a edifici governativi, mantenendo la pressione politica e sociale sul governo federale e sulle amministrazioni locali.

Al centro del dibattito pubblico c’è anche la diffusione di materiale video e testimonianze contrastanti che hanno alimentato la polarizzazione. Video brevi condivisi su Youtube, TikTok e X mostrano scenari urbani in cui agenti federali perseguono persone a caso per le strade o procedono a  operazioni di arresto aggressive in pieno giorno, in quartieri trafficati e anche vicino a scuole su persone che non sembrano opporre resistenza. Altri filmati che circolano mostrano l’uso di gas lacrimogeni e proiettili di gomma contro persone che protestano dove avvengono i raid.

In altre parole, la campagna massiccia di reclutamento, adottata da ICE recentemente, ha generato decine di migliaia di candidature in poco tempo, ma ha anche suscitato critiche perché indirizzate più ad aumentare numeri che a garantire standard rigorosi. ( Washington Post - link).
ICE sta per Immigration and Customs Enforcement, che in italiano si traduce come Ufficio per l’Immigrazione e l’Applicazione delle Dogane degli Stati Uniti. È un’agenzia federale del Department of Homeland Security (equivalnete a "ministero degli interni").

In questo contesto già teso, si è registrata la apparizione di gruppi armati di autodifesa, fra cui membri di una formazione che si identifica come Black Panther Party for Self-Defense in alcune proteste a Philadelphia, i quali hanno marciato portando armi come espressione di autodifesa contro quello che percepiscono come un apparato statale sempre più militarizzato. Questa presenza, pur non essendo rappresentativa della maggior parte delle manifestazioni, segnala un ritorno visibile di forze organizzate di autodifesa nelle proteste contro quello che definiscono stato di polizia e ingiustizie sistemiche, suscitando preoccupazioni da parte delle autorità locali e nazionali sul rischio di escalation violenta.

Il caso Renee Good ha dunque catalizzato molte delle divisioni politiche, sociali e razziali che attraversano gli Stati Uniti: da un lato una parte consistente della popolazione che chiede giustizia, riforme profonde e la fine di pratiche considerate oppressive, dall’altro troviamo i soliti settori conservatori e istituzionali che supportano le forze dell’ordine e l’operato dell’amministrazione sulla sicurezza e sull’immigrazione.
Le proteste e la discussione pubblica non mostrano segnali di attenuazione, mentre i leader politici americani sono costretti a confrontarsi con una opinione pubblica sempre più mobilitata su temi di diritti civili, uso della forza e ruolo dello Stato nella vita quotidiana dei cittadini.

Immemore degli errori di Nixon, a partire dalla criminalizzazione delle proteste e dal dispiegamento della Guardia Nazionale e di forze paramilitari, Trump ha riaperto il vaso di Pandora ... bentornati nel caos.