È vergognoso vedere la presidente del Consiglio Giorgia Meloni fare campagna elettorale per Orbán insieme al criminale genocidario Benjamin Netanyahu e alla leader dei nazifascisti tedeschi di Alternative für Deutschland, Alice Weidel.
Il video, dove compare il meglio... anzi il peggio degli estremisti di destra a livello mondiale (escluso Trump), Meloni, Salvini, Le Pen, Abascal, Milei, Netanyahu e altri si alternano per testimoniare il loro pieno sostegno al (quasi) dittatore ungherese Viktor Orban e del suo partito Fidesz in vista delle prossime politiche che si terranno in Ungheria il 12 aprile.
Già il video è indecente di per sé in funzione del supporto ad un quasi dittatore confesso come Orban. Ma diventa di fatto un insulto al diritto internazionale umanitario, poiché Meloni e Salvini, che ricoprono incarichi istituzionali, finiscono implicitamente per sdoganare Netanyahu, autore di crimini di guertra e politiche di sterminio contro il popolo palestinese tanto da essere destinatario di un mandato di cattura della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l'umanità, di cui si rendono implicitamente complici.
Lo Statuto di Roma di cui la CPI è il braccio esecutivo, come dovrebbe suggerire il nome anche a gente impreparata come Meloni e Salvini, è stato siglato in Italia e questo video è l'ennesimo schiaffo dei fascisti d'Italia al diritto internazionale umanitario.
La presenza in quel video di due rappresentanti del governo italiano è una scelta che normalizza l'orrore, calpesta il sentimento di milioni di italiani insieme al diritto internazionale e trascina l'Italia nel fango, materia in cui i fascisti si trovano da sempre linfa vitale.
Questo video è la conferma che la destra al governo ha scelto di condividere le posizioni dell'estrema destra a livello globale, fino ad essere complice del genocidio palestinese, contro diritti, pace e giustizia.
🇭🇺 Hungary is backed by patriots worldwide. Thank you for your support! @GiorgiaMeloni, @babis, @Alice_Weidel, @avucic, @JMilei, @Santi_ABASCAL, @MLP_officiel, @netanyahu, @MorawieckiM, @herbert_kickl, @matteosalvinimi, @RobSchneider‼️ pic.twitter.com/5pkAhxDyAc
— Balázs Orbán (@BalazsOrban_HU) January 12, 2026
C'è qualcosa di profondamente stonato – e non solo sul piano del gusto – nel vedere una presidente del Consiglio italiana trasformarsi in comparsa dentro un video elettorale altrui, registrato "fuori dall'ufficio" come una qualunque influencer istituzionale, per mandare "saluti" agli elettori di Viktor Orbán. Non è diplomazia, non è politica estera, non è nemmeno una solidarietà tra governi: è propaganda. E la propaganda, quando la fai da Palazzo Chigi, smette di essere un gesto privato e diventa un messaggio pubblico. Un messaggio che dice molto di più di quanto vorrebbe.
La scena è quasi grottesca. Giorgia Meloni parla in inglese, Matteo Salvini "con il cuore" in italiano e poi, come in una recita a tema, chiude con l'incitamento in ungherese: «Fel, gyozelemre!». Avanti fino alla vittoria. Avanti fino a quale vittoria, esattamente? Quella di un leader che da anni maneggia il potere come una proprietà personale, che ha costruito un sistema di controllo e fedeltà, e che oggi – guarda caso – chiede l'aiuto degli amici stranieri perché i sondaggi non lo coccolano più al vetice come un tempo.
E qui arriviamo al punto: Orbán non sta facendo una "normale campagna". Sta cercando ossigeno politico in una rete di alleanze ideologiche che è ormai un marchio globale: sovranismo come parola d'ordine, identità come clava, religione come strumento, "pace" come eufemismo. E Meloni e Salvini si prestano volentieri, con la leggerezza con cui si presta la faccia a un post sponsorizzato. Solo che non è un post: è una dichiarazione di appartenenza.
Nel video c'è anche Alice Weidel, leader dell'AfD tacciata di neonazismo, presenza che Meloni finora ha sempre tentato di tenere a distanza nei suoi giochi di rispettabilità europea. La premier ama presentarsi come ponte tra destra radicale e salotti del PPE, come garante "seria" e "presentabile". E allora cosa ci fa, esattamente, nello stesso spot di chi in Germania flirta con zone grigie che l'Europa si è giurata di non normalizzare mai più?
Ma il dettaglio più tossico è un altro: nel filmato, Weidel ringrazia Orbán per il suo impegno "per la pace in Ucraina". E in Europa, quando si usa quella formula così, spesso non significa "pace" come fine della guerra: significa accomodamento con Putin. Significa spingere l'opinione pubblica a confondere la resa con la soluzione, a trattare l'aggressore come un interlocutore "ragionevole" e la vittima come un problema. E Meloni, che a casa ama rivendicare coerenza atlantica e sostegno a Kiev, si ritrova nel video-sandwich dove la "pace" è una parola che scivola via verso tutt'altro.
Ma soprattutto c'è Netanyahu, altra presenza "internazionale" buttata nella stessa clip come se fosse una figurina da album: mentre, di fatto, è un criminale che poco o nulla ha da invidiare ad altri leader criminali del passato. Milei, Abascal, Le Pen: ciascuno con le proprie specificità, ma uniti da un tratto comune che ormai è riconoscibile a occhi chiusi. La politica ridotta a gesto identitario: noi contro loro. Le complessità trattate come fastidi. Le istituzioni come cornice da piegare. Il consenso come benzina da incendiare.
E Salvini? Salvini è perfettamente a suo agio. Non ha il problema della rispettabilità, non ha il problema del PPE, non ha il problema della doppia postura. Lui dice: «Se vuoi la pace, vota Fidesz». Semplice, brutale, efficace. Peccato che sia anche un inganno retorico: "pace" diventa il passepartout per legittimare un blocco politico che in nome della "sovranità" ha reso la democrazia un terreno sempre più inclinato; e diventa anche la parola magica per ammiccare a quell'area che, sulla Russia, "capisce" più di quanto condanni.
Il quadro è questo: Orbán traballa un po' più del solito, e allora chiama rinforzi. E i rinforzi arrivano dall'Italia: dalla premier e dal suo vicepremier, cioè da due figure che non stanno facendo campagna per un sindaco di provincia, ma rappresentano un Paese fondatore dell'Unione Europea... che però fa il tifo per Putin e Netanyahu. Il segnale politico è devastante: l'Italia che si mette in posa nella foto di famiglia con l'ultradestra continentale e globale, mentre a Roma si parla di "credibilità", "centralità", "autorevolezza".
E non è un caso che tutto questo avvenga proprio adesso, quando – stando a quanto riportato – i sondaggi darebbero in vantaggio il partito Tisza di Péter Magyar su Fidesz. Se Orbán perde terreno, la rete reagisce: si compatta, si sostiene, si legittima a vicenda. È un meccanismo di autoprotezione. E Meloni, scegliendo di esserci, manda un messaggio anche ai suoi elettori: la casa comune non è l'Europa dei compromessi e delle regole, ma l'Europa delle appartenenze, delle bandiere agitate, della religione evocata come marchio identitario.
Per finire una domanda, semplice e imbarazzante: cosa ci guadagna l'Italia da questo siparietto? Nulla. Non un accordo, non un dossier, non un risultato. Solo un posizionamento ideologico e un rischio: essere trascinati nel gorgo di un internazionalismo rovesciato, dove i "patrioti" non difendono gli interessi nazionali ma coltivano una rete di appartenenze che serve prima di tutto a loro stessi.


