Le parole pronunciate a Terni dal senatore di FdI Francesco Zaffini rappresentano uno dei punti più bassi raggiunti dal linguaggio politico degli ultimi anni. Definire la magistratura «un cancro» non è solo un insulto istituzionale: è una frase indecente, incompatibile con il ruolo di chi siede in Parlamento e dovrebbe rappresentare la Repubblica.

Non si tratta di uno scivolone. È la fotografia di un clima politico costruito e alimentato sistematicamente da Giorgia Meloni e da Fratelli d'Italia, che da mesi hanno impostato la campagna referendaria sulla delegittimazione della magistratura.

Il messaggio è chiaro: colpire i magistrati per mettere in discussione il loro ruolo e preparare il terreno a riforme che ne riducano autonomia e indipendenza. Quando un esponente della maggioranza parla di «cancro», non sta semplicemente esprimendo un'opinione politica: sta contribuendo a diffondere odio verso un potere dello Stato.

È una strategia che si costruisce passo dopo passo. Prima la propaganda martellante contro i giudici, poi l'idea che la magistratura sia un ostacolo alla volontà popolare, infine la legittimazione di interventi che ne limitino l'indipendenza.

Nel frattempo, i problemi reali della giustizia restano sullo sfondo.
Il sistema giudiziario italiano soffre da anni di difficoltà strutturali evidenti:tempi dei processi ancora troppo lunghi; digitalizzazione incompleta degli uffici; carenza cronica di magistrati e personale amministrativo; tribunali sovraccarichi e spesso sotto organico.

Di tutto questo, nella campagna della destra si parla pochissimo. Molto più semplice costruire un nemico e indicarlo nei magistrati.

La spirale è iniziata con le dichiarazioni della premier, secondo cui con la vittoria del No al referendum «verranno liberati pedofili, stupratori e spacciatori». Una frase che ha indignato molti giuristi e che rappresenta un'offesa all'intelligenza degli italiani.

A queste parole si sono aggiunte altre uscite discutibili: richieste di voto clientelare per il Sì, pressioni politiche nelle campagne referendarie e ora l'insulto definitivo alla magistratura.

Ma c'è anche un altro aspetto che rende ancora più grave la frase pronunciata a Terni. Paragonare un'istituzione della Repubblica a un «cancro» significa utilizzare una metafora che ferisce milioni di persone che ogni giorno combattono davvero contro quella malattia. È un linguaggio che non dovrebbe trovare spazio nel dibattito pubblico.

Di fronte a tutto questo, la presidente del Consiglio non ha preso le distanze. Nessuna condanna, nessuna richiesta di chiarimento, nessuna parola per ristabilire il rispetto dovuto alle istituzioni.

Il silenzio, in politica, pesa quanto le parole. E quando il capo del governo tace davanti a dichiarazioni così gravi, il dubbio è inevitabile: si tratta davvero di un eccesso verbale isolato, oppure di una linea politica che si preferisce non smentire?

Delegittimare la magistratura significa indebolire uno dei pilastri dello Stato di diritto. Non esiste democrazia senza giudici indipendenti.

Per questo le parole pronunciate a Terni non possono essere archiviate come una provocazione. Sono il sintomo di una deriva che sta trasformando il confronto politico in una campagna permanente contro chi applica la legge.

Ed è proprio su questo terreno che si giocherà il referendum sulla giustizia. Non sulla propaganda, non sugli slogan, ma sulla difesa dell'equilibrio tra i poteri dello Stato.

Per molti cittadini la risposta è già chiara: fermare questa deriva con il No.