Dal ritorno della “caccia in spiaggia” al tentativo di zittire le proteste, il governo tira dritto ignorando Bruxelles e le associazioni ambientaliste. E il ministro liquida i richiami europei come fastidi da “burocrati”.
C’è un passaggio, più di altri, che racconta perfettamente la piega presa dalla politica italiana sotto il governo Meloni: “Non intendiamo interrompere i lavori legislativi né quelli del Governo per una lettera di un burocrate”. A pronunciarlo è stato il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, commentando i rilievi della Commissione europea sul cosiddetto Ddl “caccia selvaggia”, la contestata riforma della legge 157/92 sulla fauna selvatica. Una frase che, al netto della propaganda, fotografa una concezione preoccupante delle istituzioni: se le norme europee intralciano il progetto politico del governo, allora diventano semplicemente opinioni di qualche oscuro funzionario da ignorare con fastidio.
Eppure quella “lettera di un burocrate” non è un capriccio amministrativo. È un richiamo formale dell’Unione europea che segnala possibili violazioni delle Direttive Uccelli e Habitat, cioè di quelle regole nate proprio per impedire che gli interessi di lobby ristrette prevalgano sulla tutela degli ecosistemi e del patrimonio naturale collettivo. Ma invece di aprire una discussione seria, sospendere l’iter o correggere i punti più controversi, la maggioranza ha scelto la strada opposta: irrigidire il testo, respingere gli emendamenti delle opposizioni e accelerare una riforma che appare sempre più come un manifesto ideologico.
Il risultato è un insieme di norme che sembra uscito da un’Italia ferma a decenni fa. Torna la possibilità di cacciare sul demanio marittimo, riaprendo di fatto la stagione della “caccia in spiaggia”, una pratica che sembrava archiviata non solo per ragioni ambientali ma anche per elementare buon senso. Si allarga inoltre l’elenco delle specie cacciabili, includendo animali simbolici come lo stambecco, l’oca selvatica e il piccione. E soprattutto si introduce un principio ambiguo e pericoloso: il divieto di “ostacolare o rallentare” l’attività venatoria.
Dietro quella formula apparentemente tecnica si nasconde un salto politico enorme. Perché se qualunque forma di intralcio alla caccia rischia di diventare perseguibile, il confine tra tutela dell’ordine pubblico e repressione del dissenso diventa sottilissimo. Un presidio ambientalista? Una protesta pacifica? Un’iniziativa simbolica di denuncia? Tutto potrebbe essere ricondotto all’idea di “ostacolare” un’attività lecita. È il solito schema della destra fascista contemporanea: trasformare ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico, ridurre gli spazi di contestazione e criminalizzare chi protesta, purché il potere economico o elettorale da proteggere sia quello giusto.
Non è un caso che il WWF e altre associazioni abbiano parlato apertamente di possibili profili di incostituzionalità e abbiano scritto persino al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Perché qui non si discute semplicemente di caccia. Si discute del rapporto tra maggioranza e legalità, tra governo e istituzioni europee, tra interessi particolari e interesse generale. E soprattutto si discute di metodo democratico.
Lollobrigida continua a ripetere che la caccia è un’attività legale e che “criminale” è chi impedisce un’attività prevista dalla legge. Un’affermazione formalmente corretta ma politicamente rivelatrice. Anche devastare un ecosistema può essere legale, se una maggioranza decide di renderlo tale. Anche comprimere gli spazi di dissenso può diventare “norma”. La storia democratica europea, però, si fonda proprio sull’idea che la legalità non coincida automaticamente con la giustizia o con l’interesse collettivo. Altrimenti non servirebbero né i controlli costituzionali né quelli europei.
Il punto più imbarazzante, tuttavia, resta un altro: tutto questo viene fatto per accontentare una minoranza minuscola del Paese. I cacciatori in Italia rappresentano meno dell’1% della popolazione, ma il loro peso politico continua a essere enorme dentro una certa destra che considera il fucile, il richiamo venatorio e la retorica della “tradizione” strumenti identitari da agitare contro ambientalisti, scienziati e istituzioni europee. È una guerra culturale prima ancora che normativa: da una parte la tutela ambientale vista come fastidio elitario, dall’altra l’idea muscolare di una libertà senza limiti, purché armata.
Nel frattempo, il governo prova a coprire tutto con la solita narrazione securitaria. Si parla di proliferazione incontrollata della fauna selvatica, di emergenza sanitaria, di necessità di intervenire dove i governi precedenti avrebbero fallito. Ma il rischio è che dietro problemi reali — che esistono e richiedono gestione seria — si stia infilando un impianto normativo sproporzionato, ideologico e potenzialmente incompatibile con il diritto europeo.
La verità è che questa riforma racconta molto più della caccia. Racconta un governo che considera i vincoli europei impacci burocratici, il dissenso un ostacolo da reprimere e la tutela ambientale un lusso sacrificabile davanti alla convenienza politica del momento. E quando un ministro arriva a liquidare la Commissione europea come una seccatura da lasciare ai “burocrati”, il problema non riguarda più soltanto gli animali selvatici: riguarda l’idea stessa di democrazia costituzionale che questo Paese vuole ancora difendere.


