L'intervista di Nicola Fratoianni (AVS) a il manifesto
Alleanza Verdi e Sinistra ieri ha avviato il percorso per il programma, con una iniziativa a Roma, «Decidiamo». «Il punto è decidere cosa vogliamo fare se torneremo al governo. Battere le destre è un ottimo obiettivo, ma è solo la premessa», spiega Nicola Fratoianni. «Per noi la stesura del programma non è un fatto burocratico, ma uno strumento per mobilitare larghe fasce di popolazione su un orizzonte di alternativa».

Ogni partito sta lavorando a un suo programma autonomo. E quello collettivo?

«Noi siamo pronti subito a sederci al tavolo, lo eravamo anche ieri. I lavoro che stiamo facendo non vuole in alcun modo ritardare quello della coalizione. Anzi: ribadiamo l'invito a non perdere altro tempo. Per noi l'architrave dell'alternativa, quello che può accendere una speranza tra gli elettori, è il progetto per cambiare l'Italia, non la selezione della leadership».
Lei sta ponendo molta attenzione sul tema del fisco, sulla lotta alle diseguaglianze anche con forme di patrimoniale. È un tema che finora è rimasto in disparte nelle battaglie che avete fatto con Pd e 5S, a differenza di sanità e salario minimo.
«La ricchezza è distribuita in modo sempre più diseguale, e questo ormai è un dato esplosivo, che non si può ignorare: la concentrazione delle ricchezza nelle mani di sempre meno persone mina la coesione sociale e sottrae risorse dove sarebbero necessarie per allargare i diritti, sostenere il welfare e la ricerca. Non c'è una vera alternativa alle destre se non si parte dalla volontà comune di mettere mano a questa distorsione. C'è una enorme massa di ricchezza nella rendita e nei grandi patrimoni che resta sostanzialmente fuori dal sistema fiscale».
Come si interviene?
«Ci sono tante possibilità, noi diciamo una patrimoniale sulle grandi ricchezze, ma ci sono an che proposte che riguardano le successioni. La parola patrimoniale spaventa qualcuno? Siamo pronti a discutere con gli alleati delle possibili ricette, il tema è come correggere l'inaccettabile concentrazione della ricchezza».
Sarà una battaglia complicata. Anche dentro il centrosinistra.
«La cifra della politica è la decisione, e non a caso abbiamo chiamato così la nostra iniziativa. Decidere dove investire e dove trovare le risorse. Ad esempio tagliando le spese militari che Meloni ha portato al 5% del pil eseguendo gli ordini di Trump. Poi ci sono i sussidi ambientalmente dannosi da tagliare. Su questi due temi c'è convergenza con Pd e 5S. La troveremo anche sul fisco perché abbiamo il comune obiettivo di aumentare i salari, non solo ai più poveri, ma a larghi strati del ceto medio che si sono impoveriti».
In queste settimane si discute molto di una «gamba» centrista della coalizione. Una operazione per allargare ai moderati che rischia però di condizionare e frenare un vero programma di sinistra».
«Subito dopo la vittoria al referendum, ho detto che non bisogna perdere tempo discutendo di primarie, di leader o del perimetro della coalizione, in astratto. Bisogna che le forze principali indichino una direzione di marcia, obiettivi chiari come il no al riarmo. scelte nette sul Medio Oriente e politiche per combattere la precarietà. La scorsa estate 13 milioni di elettori, hanno votato sì ai referendum contro il Jobs Act. Non sono voti "nostri", ma se vogliamo intercettarli bisogna avere le idee chiare sui temi del lavoro. Cambiare decisamente rotta rispetto a quando la religione dominante, non solo a destra, era la flessibilità».
Un modo garbato per dire a zi e ai centristi che non sono benvenuti?
«Non pongo veti, semmai sono stati altri in passato a metterne su di noi con scarsi risultati. Chiunque voglia discutere di una alternativa alle destre è benvenuto. Dico però che non siamo disponibili a sterilizzare la proposta politica, a uno schema in cui è meglio non dire troppo e non esporsi sui temi più caldi: una logica fuori dal tempo. Oggi nel mondo c'è una radicalizzazione delle proposte politiche, che è il prodotto della crisi che stiamo vivendo ma serve a fare chiarezza. Nessuno pensa di avere la bacchetta magica o la verità in tasca, però è indispensabile essere chiari nell'indicare la direzione che si vuole percorrere».
Un appello di intellettuali, tra cui Nadia Urbinati e Tomaso Montanari, vi chiede di non fare le primarie. Le ritengono pericolose e divisive.
«Condivido pienamente l'appello. Mi è ben chiaro Il rischio che le primarie siano uno strumento non di costruzione ma di divisione, e che ci facciano perdere di vista l'obiettivo fondamentale che è costruire in modo chiaro l'asse politico della coalizione. Il premierato non c'è ancora, e noi ci batteremo perché non ci sia mai, faremmo bene a non essere culturalmente subalterni allo schema che ne sostiene la ratio, concentrare sempre di più il potere a favore dell'esecutivo».
Potreste presentarvi alle urne senza un leader definito?
«Perché no? Chi l'ha detto che una squadra sarebbe più debole di un leader? lo penso che potrebbe essere perfino un elemento di forza. In ogni caso, ne discuteremo con gli alleati, la decisione la prenderemo insieme».