Ogni anno, con l’apertura della stagione della dichiarazione dei redditi, i partiti politici tornano a chiedere ai contribuenti di destinare una piccola quota della loro IRPEF, l’imposta sui redditi delle persone fisiche. È il cosiddetto 2 per mille: la scelta non comporta un versamento aggiuntivo, ma riguarda una parte dell’imposta comunque dovuta. Si tratta di una forma di finanziamento introdotta nel 2013, dopo l’abolizione del finanziamento pubblico diretto ai partiti.
Negli ultimi anni, però, la raccolta del 2 per mille ha assunto la forma di una vera e propria campagna politica. Oltre a condividere istruzioni per compilare i modelli fiscali, i partiti hanno creato pagine dedicate sui propri siti, grafiche e i video per i social e, in alcuni casi, riempito spazi pubblicitari nei luoghi di passaggio, come le stazioni ferroviarie. Tutto questo non solo per provare a raccogliere più fondi, ma anche per dare visibilità alle proprie battaglie politiche o per attaccare i propri avversari.
Il caso più evidente è accaduto la settimana scorsa, quando Italia Viva ha lanciato la propria raccolta del 2 per mille, trasformandola in una campagna nazionale contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Alcuni manifesti diffusi nelle stazioni ferroviarie di Roma e Milano attaccavano la leader di Fratelli d’Italia su vari temi, tra cui i ritardi dei treni, usando uno stile grafico che richiamava l’immaginario del Ventennio fascista. Come vedremo, una parte della campagna è stata poi rimossa, generando diverse polemiche.
Una campagna che in realtà si sta rivoltando contro chi l'aveva promesso, considerando come per esempio sui ritardi dei treni, oggetto di uno degli slogan della campagna, Fdi ha dimostrato come sotto il governo Renzi, si sia assistito ad uno dei momenti forse più bui del trasporto pubblico, cosi come sul tema delle crisi aziendali, che sotto Renzi erano 161 mentre sotto il governo Meloni si sono ridotte a 43. Per non parlare poi dei dati sulla disoccupazione che con Renzi era al 12% contro il 5,2% di ora.
Non tutti i partiti possono ricevere il 2 per mille. I contribuenti possono scegliere solo tra le forze politiche inserite nella sezione del registro nazionale dei partiti dedicata a questo beneficio. Successivamente, l’elenco viene trasmesso all’Agenzia delle Entrate e riportato nei modelli per la dichiarazione dei redditi.
Per essere ammesso, un partito deve avere innanzitutto uno statuto conforme alla legge, verificato dalla Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza dei partiti politici. Lo statuto deve contenere una serie di regole di democrazia interna: per esempio, deve indicare come vengono prese le decisioni, quali sono i diritti e i doveri degli iscritti e quali norme garantiscono la trasparenza e la corretta gestione economico-finanziaria.
L’iscrizione al registro, però, non basta da sola. Per accedere al 2 per mille, un partito deve avere almeno un eletto con il proprio simbolo alle ultime elezioni per la Camera, il Senato o il Parlamento europeo. Non contano, per questo beneficio, le elezioni regionali, e non è sufficiente aver presentato candidati. Possono accedere al 2 per mille anche i partiti collegati a un gruppo parlamentare, o a una componente del gruppo Misto, costituiti in almeno una delle due Camere.
E i dati pubblicati sul sito del Dipartimento delle Finanze - che comprendono le dichiarazioni dei redditi 2025 relative all'anno di imposta 2024 - dicono che sono sempre di più i cittadini che scelgono di destinare questa piccola percentuale ai partiti. Lo scorso anno erano il 4,8% di contribuenti per un totale di 29 milioni e 790 mila euro. Quest'anno sono il 5,2% (2 milioni e 216 mila) per un totale di fondi raccolti di 32 milioni e 584 mila. Quasi tre milioni in più. Con il Partito Democratico che si conferma primo beneficiario, seguito da Fratelli d'Italia e Movimento 5 Stelle.
Il Pd raccoglie 10,5 milioni di euro, quasi 300 mila euro in più rispetto all'anno precedente. Aumentano i fondi e il numero di cittadini che indicano i dem nella dichiarazione dei redditi, ma diminuisce la percentuale sul totale delle scelte: dal 30,6% al 28,5%. Ad aumentare percentuale e fondi è invece FdI. Che passa dal 18,6% al 19,6%, con un incremento di 100 mila contribuenti e di circa un milione di fondi raccolti

