Dal culto dell'identità alla centralità della nazione, fino alla diffidenza verso pluralismo e universalismo: il documento politico fondativo di Fratelli d'Italia mostra numerosi elementi di continuità culturale con la tradizione nazionalista e post-fascista europea, pur dentro il quadro della democrazia parlamentare.
Le cosiddette “tesi di Trieste”, approvate da Giorgia Meloni e da Fratelli d'Italia nel congresso del 2017, rappresentano probabilmente il documento ideologico più importante della destra italiana contemporanea. Non tanto perché contengano proposte tecniche particolarmente innovative, quanto perché definiscono una vera e propria visione del mondo: una filosofia politica fondata su identità, appartenenza, sovranità, tradizione, comunità nazionale e critica radicale al cosmopolitismo liberal-progressista.
È proprio su questo terreno che emergono i parallelismi più significativi con la cultura politica del fascismo storico e, più in generale, con i sistemi politici illiberali o semi-autoritari contemporanei. Non nel senso banale — e storicamente scorretto — di equiparare automaticamente Fratelli d'Italia al regime di Benito Mussolini, ma nel senso di riconoscere una continuità culturale, simbolica e concettuale che attraversa la lunga storia della destra radicale europea.
Le “tesi” parlano esplicitamente di “filosofia dell'identità”, di “rigenerazione dello spirito nazionale”, di recupero della tradizione e di difesa della sovranità contro le spinte della globalizzazione. Il lessico non è neutro. La parola “rigenerazione”, per esempio, appartiene storicamente ai movimenti nazionalisti novecenteschi che descrivevano la nazione come un organismo decaduto da rifondare moralmente e culturalmente. Anche il fascismo italiano costruì parte della propria legittimazione sull'idea di “rifare gli italiani”, di restaurare una comunità organica corrotta dall'individualismo liberale e dalla modernità cosmopolita.
Nelle tesi di Trieste ritorna infatti un'impostazione tipica delle culture politiche anti-liberali: l'idea che l'individuo non sia il centro della vita democratica, ma che debba essere ricondotto dentro una comunità identitaria superiore — la nazione, il popolo, la civiltà. La contrapposizione non è solo politica ma antropologica: da una parte il patriota radicato, dall'altra il cittadino globale senza appartenenza.
Il documento insiste inoltre sul concetto di “tradizione” come elemento quasi sacrale, da custodire contro multiculturalismo, relativismo culturale e immigrazione di massa. In diversi passaggi emerge una rappresentazione dell'Europa come spazio minacciato da “islamizzazione”, perdita identitaria e dissoluzione culturale. Anche questo schema richiama direttamente le narrative delle destre identitarie europee contemporanee, da Viktor Orbán fino a Éric Zemmour, citato nelle stesse tesi.
Ed è qui che il parallelismo con i sistemi semi-dittatoriali diventa più interessante. I governi illiberali moderni, infatti, raramente abolicono la democrazia formale. Piuttosto, svuotano progressivamente il pluralismo liberale dall'interno, sostenendo che esista una sola identità autentica del popolo e che chi non vi si riconosce sia estraneo, deviante o addirittura ostile alla nazione. È il modello teorizzato proprio da Orbán con la formula della “democrazia illiberale”: elezioni sì, ma dentro un sistema culturale dominato da un'idea maggioritaria e identitaria della società.
Le tesi di Trieste non propongono apertamente una svolta autoritaria. Tuttavia, costruiscono un impianto ideologico nel quale il conflitto politico non appare come normale dialettica democratica, bensì come scontro esistenziale tra patrioti e nemici della civiltà nazionale. È un elemento cruciale. Perché quando la politica smette di essere confronto tra interessi legittimi e diventa guerra culturale permanente tra “noi” e “loro”, il pluralismo tende inevitabilmente a indebolirsi.
Non è casuale che il documento utilizzi continuamente categorie come “radici”, “identità”, “spirito nazionale”, “comunità”, contrapponendole a globalismo, mondialismo e universalismo. Storicamente, il fascismo europeo nacque proprio come reazione all'universalismo liberale e socialista: contro l'idea che i diritti fossero universali, opponendo invece il primato della comunità nazionale e della gerarchia identitaria.
Anche il tema della sovranità assume nelle tesi una dimensione che va oltre il semplice euroscetticismo. Non si tratta solo di criticare alcune politiche dell'Unione europea, ma di affermare una visione quasi assoluta dello Stato-nazione come luogo unico della volontà popolare. È una concezione che entra inevitabilmente in tensione con i sistemi multilivello propri delle democrazie contemporanee: organismi sovranazionali, diritti internazionali, vincoli costituzionali, minoranze, corti indipendenti.
Il nodo più delicato riguarda però il rapporto con la memoria storica del fascismo. Fratelli d'Italia nasce da una lunga genealogia politica che passa attraverso Movimento Sociale Italiano e Alleanza Nazionale. Le tesi di Trieste tentano di modernizzare quella tradizione trasformandola in un conservatorismo nazionalista contemporaneo, ma senza recidere davvero alcuni codici simbolici e culturali originari. Diversi studiosi hanno sottolineato proprio questo punto: più che una rottura col neofascismo, Fratelli d'Italia rappresenterebbe una sua normalizzazione democratica.
Naturalmente esistono anche differenze sostanziali rispetto al fascismo storico. Le tesi non invocano la soppressione delle elezioni, il partito unico, la violenza politica organizzata o la costruzione di uno Stato totalitario. E ignorare queste differenze significherebbe banalizzare la storia. Ma sarebbe altrettanto superficiale negare le continuità culturali profonde: l'organicismo nazionale, la centralità identitaria, la retorica della decadenza morale, la diffidenza verso il pluralismo, il richiamo alla tradizione come fondamento politico, l'idea di un popolo omogeneo da difendere contro contaminazioni esterne.
È proprio in questa zona grigia che si muove oggi una larga parte delle destre radicali occidentali. Non più il fascismo delle camicie nere e delle dittature militari, ma una destra nazional-conservatrice che utilizza strumenti democratici per promuovere una progressiva trasformazione identitaria dello Stato. Un modello che non elimina necessariamente la democrazia, ma tende a restringerne il carattere liberale, pluralista e inclusivo.
Le tesi di Trieste, lette oggi, appaiono dunque meno come un semplice manifesto programmatico e più come il tentativo di costruire una nuova egemonia culturale della destra italiana: una visione del mondo nella quale patria, identità, tradizione e sovranità diventano categorie totalizzanti, capaci di ridefinire il rapporto tra cittadini, istituzioni e diritti. Ed è proprio questa aspirazione a una “rigenerazione” culturale complessiva della società che rende inevitabile il confronto storico con le grandi esperienze nazionaliste e autoritarie del Novecento.


