La libertà di stampa alla Casa Bianca sembra avere i giorni contati. Con un nuovo memorandum calato dall'alto, l'amministrazione Trump ha deciso che i giornalisti non potranno più accedere liberamente alla famosa Room 140 – l'Upper Press, a due passi dallo Studio Ovale – senza un appuntamento ufficiale. Motivo dichiarato? Proteggere il "materiale sensibile". Motivo reale? Evitare domande scomode e occhi indiscreti.
Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, e il suo vice Steven Cheung potranno così lavorare tranquilli: niente più cronisti nei corridoi, niente domande improvvise, niente telecamere pronte a cogliere esitazioni o bugie. La misura è immediatamente esecutiva, e rientra in una strategia più ampia già testata al Pentagono, dove decine di reporter hanno dovuto riconsegnare i badge dopo essersi rifiutati di firmare le nuove regole liberticide annunciate da Pete Hegseth.
La giustificazione ufficiale suona quasi offensiva: c'è chi tra i giornalisti avrebbe registrato video e audio "di nascosto", scattato foto di documenti e persino origliato conversazioni riservate. Insomma, la stampa farebbe… il suo mestiere. E per questo va messa al guinzaglio.
Il Consiglio per la Sicurezza Nazionale sostiene che i cambiamenti sono necessari per proteggere informazioni delicate e coordinare meglio lo staff. Peccato che l'accesso libero ai luoghi del potere sia sempre stato un pilastro della democrazia americana. Lo era negli anni di Clinton e lo è stato persino sotto amministrazioni ben meno amichevoli verso i media.
Non sorprende che la White House Correspondents' Association abbia alzato la voce: "Queste restrizioni ostacolano la possibilità dei giornalisti di interrogare i funzionari, garantire trasparenza e responsabilità". Tradotto: se il potere si chiude nel bunker, chi controllerà che non diventi arbitrio? (A meno che non sia già da considerarlo tale ciò che Trump sta facendo).
Intanto si registra un trend preoccupante. Prima il Pentagono, ora la West Wing. Dopo aver imposto politiche che obbligano i reporter a riconoscere che potrebbero essere etichettati come "rischi per la sicurezza", ora il messaggio è chiaro: chi vuole continuare a informare deve farlo alle condizioni imposte dal governo.
Il precedente non è incoraggiante: mesi fa, l'amministrazione ha già tolto a Reuters, Associated Press e Bloomberg News (le principali agenzie stampa del Paese) il posto fisso nel "pool" dei giornalisti accreditati. Magari possono partecipare "di tanto in tanto", ma solo se invitati. La stampa su invito: esattamente ciò che la democrazia non dovrebbe mai fare.
È ironico, e triste, che tutto questo avvenga mentre si riempiono i discorsi pubblici di parole come "trasparenza", "accountability", "difesa della democrazia", mentre si blindano uffici, si filtrano domande, si riduce la stampa a spettatrice addomesticata.
Se questo è il nuovo standard, prepariamoci al silenzio. Perché dove si chiudono le porte ai giornalisti, di solito si spalancano quelle all'arbitrio del potere.


